My Ethiopia

Articoli pubblicati dal novembre 2008

La terra e le ossa

 

Gli speleologi ed i miei studenti ‘Rasta’ Diego e Matteo sono nel parco Awash.

Passata la pianura degli Orici forse staranno cercando i coccodrilli lungo la sponda, incontrando tante scimmie, gazzelle, uccelli. Oppure staranno ammirando Martin Pescatori e Hammerkopf librarsi sulle potenti cascate.

 

Pochi minuti fa, camminando per la stazione abbandonata della ferrovia che da Gibuti attraversa deserti e pianure per arrivare su ad Addis Abeba ho calpestato qualcosa, forse un frammento di legno duro. Subitamente, dimentico del forte sole, mi son sentito trasportato nel buio della grotta, nella memoria troppo viva e scostante di quelle ore passate l’ultimo dell’anno e l’altro ieri, accovacciato tra i basalti della grotta dei ribelli, sotto Zeret.

Non si poteva evitare, alla fioca luce elettrica dei caschi da speleologo, di camminare sopra tanti poveri resti. Abbiamo contato ventuno mandibole. Ancora mi pare di calpestarne, sì, come ne sentissi altre sotto le suole.

I crani non si trovavano, o erano a pezzi. In un solo caso la scatola, intera, era stata rotta da sotto. Ho trovato, mentre misuravo la larghezza della bocca con una rollina metrica, un’impronta di leopardo. Ho chiesto e saputo poco dopo che in zona ci sono anche sciacalli e iene. Ho intuito, e forse per un attimo anche immaginato la macabra scena del dilaniamento dei circa trenta corpi che abbiamo trovato là sotto. La natura ricicla ogni forma di energia disponibile.

Il banchetto delle fiere era seguito nella grotta detta ‘dei ribelli’ a Zeret in Etiopia all’ultima vera battaglia della guerra d’Africa. Quella che aveva rappresentato l’apice del regime del ventennio. E una vera, sentita soddisfazione per tanti, per non dire tutti, i nostri nonni.

Oltre venti milioni avevano volentieri seguito in diretta radiofonica pubblica, in centinaia di piazze gremite, un celebre discorso di Benito Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia: “Il Maresciallo Badoglio telegrafa: ‘Oggi, cinque maggio, alla testa delle truppe vittoriose, sono entrato in Addis Abeba’…”. Otto minuti di discorso ritmato dagli scatti e dalle pause volute che tutti gli uomini che contavano dovevano sforzarsi di imitare, interrotto -ci fu chi li contò esattamente- da oltre trenta scrosci di applausi. Correva il millenovecentotrentasei.

Ma il buffo e illogico Impero che riempiva i discorsi dalla retorica a scatti rimaneva contrastato da diversi armati in Etiopia.

La repressione nella regione montuosa del Menz dell’Aprile del millenovecentotrentanove cercava di catturare Abebe Aregay per soffocare un movimento di resistenza che, circa tre anni dopo la fine della guerra, si faceva davvero fastidioso. Una maestosa galleria scavata nella viva roccia da stradini delle Alpi, capolavoro di oltre seicentocinquanta metri, aveva aperto l’accesso all’Eritrea unendo due fronti ripidi popolati da fiori meravigliosi. Ma era minacciata dagli uomini di Abebe.

In fondo, neppure il suo odore, come si trattasse di uno spirito misterioso, fu mai alla portata dei nostri. Dopo la morte dei due grandi generali che lo avevano braccato, Italo Romegialli e Ugo Cavallero, entrambi legati alla Repubblica di Saló, Abebe, contadino astuto e abile stratega, viveva sereno ad Addis Abeba. Inizialmente fu temuto da Haile Selassie in esilio, poi, dopo che lo accolse al ritorno in Addis tra due ali dei suoi, armati e in festa, il Negus lo fece Ministro della Guerra e governatore del Tigrai, eroe dell’Impero antico.

Lui, Abebe figlio di Aregay, grande di queste terre, non c’era proprio nella grotta a Zeret.

La notte del dieci Aprile, Teshome, uno dei suoi luogotenenti, il figlio di Shenkut, si burlò dei molti che tenevano sotto tiro da una manciata di metri l’imbocco ovest della grotta -l’unico attaccabile, ma in pratica inespugnabile. Teshome si calò armato e con diversi dei suoi dalla strettissima bocca est opposta, scendendo nel buio totale di una notte senza luna, scuro sul basalto, da una ripida parete e sparì, forse udito solo troppo tardi, certo non visto, tra gli sterpi. I nostri pensarono forse fosse sfuggito proprio Abebe, o comunque temettero quello che il Generale Cavallero avrebbe fatto sapendo che i capi rivoltosi li avevano beffati. Sapevano che non avrebbero mai potuto vincere una battaglia dopo un assalto contro molti armati schierati nel buio imperscrutabile, che tiravano a colpo sicuro contro delle sagome perfettamente stagliate in forte controluce. Di notte come di giorno non avrebbero neppure potuto avvicinarsi ad una parete di accesso perfettamente difesa, senza forti perdite.

Allora, la mattina successiva, scattò un piano alternativo ben studiato, che diede un risultato superiore a quelle che credo fossero le aspettative. Dalla cengia che abbiamo visitato, tra i due balzi monolitici di basalto alti quasi esattamente cento metri l’uno furono calati due o tre fusti di iprite e fosgenina.

Teghegne Belayneh, ottantatrenne tra i sopravvissuti di allora, ci racconta che i fusti erano tre. Furono calati con dei cavi presumibilmente di acciaio. Si videro dei traccianti e poi delle esplosioni forti riversarono intorno un liquido come caffè, che diventava una nebbia. Chi la respirava cadeva immediatamente, mentre tutti si ritiravano nei recessi dell’antro, inseguiti da una nuvola pesante e mortale.

La battaglia così finì poche ore dopo, con la resa degli assediati. Perché l’acqua del laghetto interno, nel ramo in declivio, lontano due dozzine di metri dall’imbocco, era certo contaminata, e uccideva chiunque la avvicinasse alle labbra per cercare sollievo da una fine che comunque incombeva i colpiti dal gas. La maggioranza dei trentacinque grandi otri di derrate e tutte le anfore, in pezzi, le ho contate nella prima sala: poco cibo era certo rimasto incontaminato.  

 

Marco, il figlio dello speleologo Furlan, in pochi minuti di ricerca, ha trovato presso la bocca della grotta quattro bossoli tutti diversi, certo di fucili Abissini, esattamente dove meglio si coprivano le posizioni assedianti.

Gli assediati, secondo Matteo Dominioni, lo storico dell’Università di Torino che ha scovato i fatti di Zeret da polverosi e disordinati archivi militari a Roma, erano circa millecinquecento.

Ottocento, nella cronaca bellica, i fucilati alla fine della violenta battaglia. L’ultima della guerra, tre anni dopo la fine delle ostilità ufficiali. Sono i fatti che ora riviviamo nei molti segni abbandonati in grotta, datati settanta anni ma fissati tra pietre, polveri impalpabili, ubiquitari vestiti a brandelli, molte centinaia di frammenti di anfore ed orci.

Gian Paolo, il direttore di missione, lo speleologo esperto e preciso, non concorda sui numeri. Non vede millecinquecento assediati a lungo distesi sui clasti: rocce troppo scomode. Per nulla levigate dall’acqua, grezzi letti dove la molta paglia trovata non giustifica una comoda presenza. Ho ben io a insistere che l’alternativa era la morte certa, e che i perlomeno tremila metri quadri coperti potevano ospitare molta gente ancora. Lui ancora, esperto meteorologo di grotta, non crede che molti siano morti per il gas, subito. La grotta chiusa tiene ferma l’aria, come testimoniano le odiose polveri che, una volta le sollevavamo, restavano sospese ad impedire la vista.

Teghegne cita molto bestiame ucciso presso la bocca, nel fuoco incrociato, e molti armati che sfuggivano falciati dai nostri, nella notte della sortita.

Davanti ai giornalisti Etiopici che, a loro volta sconvolti dopo averci accompagnato solo nella prima sala, mi chiedevano un commento, potevo solo singhiozzare uno ‘scusateci’: le scuse che finora Italiani certo più grandi di me hanno loro negato.

 

Qui sopra, sul vulcano Fantallé, ad Aprile avevamo superato a fatica scalando la cima tante creste di lava nerissima, spesso pura ossidiana vitrea, che ci sbarravano il passo: costole scheggiate di una terra che ha ossa durissime. 

Appena i miei compagni mi raggiungeranno partiremo per Harar ed il ‘mio’ Kundudo, l’Amba sorprendente dei cavalli liberi.

Tra la città murata di Harar e la montagna piatta dei cavalli abbiamo conosciuto, ed in un caso, scoperto pitture rupestri varie mai viste dagli esperti. Segni colorati di culture lontane più di cento generazioni, concentrati artistici simbolici. Su rocce chiare scelte per riti o comunque per tramandare un’arte unica a questo mondo.

E di nuovo, rivedo i resti esposti alle nebbie ed ai soli equatoriali, a tremila metri di altezza nel prato umido che copre il Kundudo, di Santi Islamici tra i primi venuti in Etiopia portatori del Corano, intorno alle fondamenta della misteriosa moschea di lassù.  

Ossa e rocce popolano oggi i miei ricordi.

Marco, Awash, Buffet de la Gare, 3/1/2009

 

 

La mia vita con e senza la voce ed i ‘click’ di Miriam Makeba

 

Era la voce che piú amavo da ragazzo, forte, melodiosa, distante, esotica, morale, viva.

La sola a schioccare davvero, perché la lingua di sua madre, lo Xhosa, aveva mutuato suoni inauditi dal Koi’San, l’idioma dei Boscimani, che non ha vocali né consonanti, solo tonalità di ‘click’ diversi. E’avvenuto durante la loro migrazione, la piú vasta che l’umanitá abbia conosciuto, dal Centrafrica, o appena si sono stanzializzati pochi secoli fa, non molto tempo prima degli Olandesi, presso il Capo di Buona Speranza. So pronunciare da allora n’QoQotwane, dove ogni Q è un forte schiocchío, un’esplosione di forza indomita. “Gli Inglesi la chiamano la ‘canzone del click’, perché non possono pronunciare nQoQotwane” detto dalla ragazzina carina, con le nere braccia sinuose salde avanti a stringere il microfono sapeva giá di sfida, all’inizio degli anni sessanta.

Non tornò da un viaggio a Venezia, e dopo un anno passato negli States, mentre la sua fama cresceva, il Governo dell’Apartheid le negò il visto per rientrare a seppellire la madre.

Diverse volte si è rialzata, dall’essere prestissimo rimasta orfana di padre, dalla morte dell’unica figlia, Bongi, al culmine di uno di diversi momenti di crisi economica. Allontanò i giornalisti dal funerale, che fece da sé, sola, perché non aveva i soldi per comprare una bara qualsiasi. Orgogliosa di nascita, la lotta continua ai razzismi veniva prima di ogni altra cosa. Vendette per un nonnulla i diritti di Pata Pata, la canzone-danza che entrò nelle Charts negli USA e che da sola, ascoltata dal mondo per tante volte, l’avrebbe sostenuta a vita anche con una grande famiglia.                                                    

   Miriam in concerto, dalla voce di ‘Encyclopedia Britannica’

 

Avevo gridato a lei alla quattordicesima cappella al Sacro Monte di Varese, poi ancora, trascinandomi dietro un po’della folla, in una grande palestra di Milano negli anni ottanta: “U Shaka”, a squarciagola, reclamando una canzone speciale, che Miriam giá da anni non riusciva piú, credo, ad intonare.

Un canto intenso, alto e vibrante, tanto da esser il solo suono che mi facesse tremare la spina dorsale, come da dentro, motu proprio. Una volta mi svegliò dalle onde corte della BBC mentre ero appisolato in un piccolo letto del campo di Don Vittorione, il missionario Varesino dalla enorme massa corporea, a Moroto in Uganda. Non potevo dormire, stanco dopo un’altra giornata del mio primo incarico di lavoro, difficile e pericoloso: nel sonno la colonna vertebrale iniziò ad inviare un tremito irrefrenabile mosso da quella canzone che ne sapevo l’unica causa possibile, piú volte verificata, U Shaka, il canto dell’eroe Zulu, dalla sua voce, non importa se modulata da onde disturbate, venute davvero da lontano.

La cantante della mia vita è morta a Castel Volturno, per un malore che l’ha colta dopo un concerto speciale. Un tributo al Saviano che sulla Camorra ha saputo scuotere una buona parte d’Italia.

Ha sbagliato Miriam a dire di sì, dopo due anni dal ritiro ufficiale dalla carriera, periodo in cui nessuno l’aveva piú sentita cantare per piú di venti minuti, o il destino l’ha colta come le conveniva, su un palco di lotta morale e culturale, gridata, armonica, sentita.

Non si é mai ripresa dall’ultimo show, è partita dal palco al cielo.

 

Che palco Castel Volturno!

I Camorristi allora semplici agricoltori malavitosi vivevano di traffici intorno ai campi di pomodoro, di droga ne spacciavano poca ancora, quando una ragazza Senegalese, della prima orda - per massiccia che fosse giá-  di schiavi Africani dei campi, salì alle cronache nel 1983 per un fatto quasi banale, un parto per strada. La ragazza fece però quel che non doveva, che non si poteva fare, come tutti in zona ancora ben sanno: parlare. Mentre l’interesse cresceva ed i giornalisti la cercavano, minacciata di morte fu costretta a rifugiarsi da amici. Uno di quelli o i carabinieri parte del giro fecero trovare della droga ad un’improvvisa, davvero inusuale ispezione solo nella casa colonica dove lei si sapeva riposare, da tanta fatica, per una sera. Parti, svanì nel nulla con la sua creatura di due giorni, senza nulla turbare. Tra i due missionari vanamente incatenatisi a qualcosa in centro Castel Volturno c’era P. Nascimbeni di Malnate. Manifestavano contro le deportazioni. Come se gli schiavi fossero il problema della zona, li si cacciava di casa.

Il Miracolo venne invece a tardo 2008 dal Ghana. Altri sono i centri della camorra, non solo sotto il palco dove cantò ieri per l’ultima volta la voce della mia vita. Quando per ignoranza uccisero cinque dei loro -i contadini malavitosi arricchiti che ostentano non sanno certo distinguere tra Africani- confondendoli con altri che per un clan rivale minacciavano una zona di spaccio, i Ghanesi del posto non si sono intimoriti. La reazione rovesciò non solo auto, ma l’omertá di tre generazioni. Perché loro non avevano paura, gli Italiani molta. Lo Stato reclamato da cittadini, preti, scrittori si è finalmente svegliato, diversi sindaci parte del sistema sono agli arresti, il clan dominante decimato.

Ius sanguinis, che bella parola. Giustifica e illustra il perché da noi deve ancora nascere un politico non figlio di qui, ‘extracomunitari’ li chiamiamo, termine ancora peggiore. Sangue chiama il primo, e continuerà a farlo finché non si capirà che l’integrazione é indispensabile in un mondo globale. Né i Boeri né Hitler ai tempi del mondo delle razze poterono eliminare gli stranieri. L’integrazione passa dai diritti e doveri civici, primo quello del voto. Solo i figli di padre Italiano saranno Italiani, con una recente apertura anche a quelli di madre nostra, ma neppure la terza generazione dei nuovi Italiani può partecipare alla vita politica di ogni giorno, nei quartieri, votare ed essere eletto. 

Il secondo vocabolo, il reietto, razzista ‘extracomunitari’ denuncia il limite delle nostre menti, a otto anni dalla fine del termine burocratico Comunità Europea a cui era labilmente legato, tanto che si usa sempre come indicativo di razze ‘abbronzate’, per citare un termine di moda in questi giorni.Chi sta fuori dalla comunità purtroppo delinque, non serve a sé o alla società, è uno schiavo, non voterà mai, mai sará cittadino come gli altri.Neppure i figli ed i figli dei suoi figli. Perché?        

                                                                                                       

 La ricchezza non fa mai grandi, le idee e la forza di sostenerle sì. La redenzione, in cielo e sulla terra viene da lì, qualunque fede la nascita o la convinzione ci abbiano consegnato.

La Makeba, oggi alla RAI simbolo della lotta alla Mafia? Debole, davvero, interpretazione scorretta.

 

Grazie per la tua vita, per la tua morte, per il tuo esempio, Miriam. Voce degli oppressi da ragazzina in Sud Africa, poi per due generazioni, in tutti i paesi. Ora piú che mai. In Italia.

Simbolo della lotta di cultura, senza fucili. Ai razzismi, non alla mafia.

Come tutta la vita, fino all’ultimo battito, oltre l’ultimo ‘click’.

 

                                                                     Marco Viganó, Varese, 10 Novembre 2008

Pubblicato su: musicalwords.it, societá dei concerti blog, Il Rigo Musicale, reggaezion.com.

 

QUESTO NON LO VUOL PUBBLICARE PROPRIO NESSUNO, E' COSI' OFFENSIVO?

Riflessione sotto l’arco, mentre tace la musica

 

                                                               Inviata ai direttori di Prealpina, Provincia, VareseNews

 

Signor Direttore,

 

Due ore fa la Polizia Locale cacciava un musicista Europeo dell’Est, di quelli che non osiamo chiamare con il razzista 'extracomunitario' perché ci assomigliano troppo, dall'arco Mera a Varese.

Se non mi avesse fermato il ragazzo stesso, colpevole solo di avere un violino non alla sua altezza -suono cupo, gli si è rotta una corda mentre suonava per il mio euro- sarei entrato in polemica con chi  semplicemente eseguiva un'ordinanza demente: “No Signore, niente, io qui da una ora, disturbato vicini, andare via”.

Quali vicini, le targhe dei morti nella guerra che cancelló le leggi razziali e stemperó il disonore dell’Italia, uniche alloggiate nell’arco?

Siamo alla frutta. Di quella che i figli dei contadini Bobbiatesi mi vendevano da ragazzo, per strada, di fianco ai carretti ed ai loro asini sotto il Collegio Sant’Ambrogio, trentacinque anni fa: niente accendini in mano, come contestato al sedicenne Arabo colpevole di tanto reato di vendita da meritarsi 12.000 euro di ammende per una scatola di accendisigari.

Là nel Collegio una suora tornata da tanti anni di missione in Birmania mi insegnava il mio primo Inglese, servitomi poi a lavorare nel mondo, da migrante ricco, esperto della Cooperazione. Che direbbe oggi la mia insegnante Madre Enrica Colombo al mio amico Ilias, di quell’angolo di mondo, la Birmania, che lei amava nonostante vi avesse rischiato la vita piú volte per praticarvi la Carità? E’che Ilias ha perso il lavoro, le poche rose confiscate, dicono abbia una multa insensata che non potrà mai pagare.

 

Signor Sindaco,

 

l’ho vista e salutata per strada poco prima del minimo fatto che riferisco. Le chiedo, con questa lettera aperta, di adoperarsi per aiutarci a cancellare i razzismi che tornano di moda. Come quelli insiti nella legge della Regione Lombardia, dichiarata anticostituzionale il mese scorso, che dal 22 Marzo 2007 prevedeva la chiusura dei ‘phone centers’ che non avessero tre (sic!) bagni per ogni 60 metri quadri. Perché frequentati dai nuovi Italiani. La mia banca, oltre l’Arco Mera, ha ottocento metri quadri a disposizione dei clienti, e nessun bagno per noi. La legge che ha chiuso ingiustamente i centri telefonici ha rovinato molte famiglie di piccoli imprenditori, stranieri di immigrazione non recente ed Italiani.

L’alternativa è che Lei, meglio chi di dovere al Governo, si adoperi nel suo per cambiare l’articolo  incriminato della Costituzione, il tre, che esclude a priori ogni tipo di discriminazione per Sesso, Razza e Religione. Evidentemente datato, ispirato a principi superati, forse alla foga idealistica del dopoguerra.                                                               

 

Dovere altrimenti, secondo le vigenti norme ed il buon senso, ripagare i danni a chiunque ne abbia subiti da provvedimenti incostituzionali.

Intanto altri, fieri delle nostre libertà, seguono comportamenti che onorano le passate leggi razziali, chi li ferma se negli stadi e fuori inneggiano a Mussolini? Sciocchi in fondo i Greci che han negato il tifo stasera alla nazionale dei Campioni del Mondo dopo pochi fatti provocati da Ordine Nuovo allo stadio di Sofia…Han solo perso  molte centinaia di migliaia di euro in biglietti, soggiorni e altre spese. Non credo nessuno qui se ne occupi davvero.

Come si chiamava il campione della Razza che stamane accoglieva i Poliziotti in casa al grido: “Varese Nazione, il resto è Meridione”?                                                                                                                                                         Varese, 19/11/2008

                                                                                                                                                                                                                                           Marco Viganó

 

La Lombardia sola aveva varato una legge incostituzionale dall'Ottobre 2008 che ha fatto chiudere molti centri per le telefonate internazionali e per l'invio delle rimesse degli emigrati.

Molti, anche tra i leghisti, criticano un'assurdo provvedimento del Sindaco di Varese che prevede multe illimitate per musicisti, artisti di strada, accattoni, ambulanti se esercitano il loro mestiere.

Chi rimborsa i primi, molte famiglie sul lastrico? Come far smettere di tormentare i secondi?

La natura della forma di razzismo che qui descrivo, l'accanimento amministrativo contro chi é diverso rivela nell'ultimo provvedimento una comica stupiditá: chi ha reddito si puó multare, non chi é costretto a chiedere elemosina o vendere povere cose.

I dodicimila euro comminati al piccolo fiammiferaio, rigorosamente straniero, sono la somma di quattro ammende in successione.

Il ragazzo dovendo vendere inezie per vivere, presa una multa si spostava di poco e continuava a lavorare. E chi osserva, da un po' ormai la situazione surreale che si é creata puó solo divertirsi, in fondo, della dabbenaggine di chi ci amministra.

E tentare una semplice lista di incombense piú utili per la Polizia Locale.