My Ethiopia

Abbastanza di fami nel mondo? Giù dal SUV, lavoriamoci

Marco Viganò, docente dell’Isis Daverio, profondo conoscitore dell’Africa per aver vissuto a lungo in Etiopia dove ha ancora molti interessi, parla dell’emergenza siccità e della carestia che minaccia migliaia di persone.

«Devo provare a dimostrare che il degrado organizzato da noi, nella nostra provincia ( è stato uno dei più strenui oppositori della cava a Cantello) e la disperazione dei veri ultimi degli ultimi nel corno d’Africa, sono la stessa cosa. Ban Ki Moon su molte grandi testate nel mondo cita che l’Etiopia ha una produzione agricola in crescita dell’ 8% all’anno. Fatti due conti, in nove anni l’Etiopia avrebbe raddoppiato la sua produzione alimentare. Dov’é l’errore di cotanta firma? La matematica é perfetta, garantisco. Otto di media sì, ma decrescita di produzione di cibo negli anni di carestia e soprattutto conferma della marginalità, in Etiopia, delle piogge in tre zone: il Tigray degli uomini al potere, il Sidamo degli ex alleati degli Italiani invasori, e Hararghe e Somalia, vaste e misere».

Etiopia e fame: era dunque inevitabile arrivare a questo punto?
« “Non se ne parli” questa la reazione del Governo di Meles Zenawi. E un motivo valido lo ha l’uomo forte, fortissimo di Addis Abeba: la nomea di paese di fame e guerra non aiuta nessuno. La crescita reale dell’Etiopia degli ultimi quindici anni è stata impressionante. Da noi continua l’idea,  invece, che chi va in Etiopia per turismo deve, quanto meno, essere un originale. Una mia amica prima di uno dei suoi viaggi più memorabili si é vista domandare molte volte se andasse ad adottare una di quelle bambine stupende. Insomma, se facesse anche lei la Madonna in Africa, a colpi d’adozione, dico come la cantante.
Un altro serio motivo per tralasciare la fame é stato, circa tre anni fa, la guerra in Somalia. Non si poteva parlare della fame grave che assillava la popolazione nel lato Etiopico delle basse terre occupate da pastori Somali. Bush aveva avuto bisogno dell’esercito Etiopico per acquietare al Qaeda nel corno d’Africa. Compito svolto bene e in fretta da uno dei migliori eserciti della forza di pace NU in Africa. La fame sparì non solo dalle cronache, ma soprattutto dalla pancia dei somali d’Etiopia, nell’Ogaden. Arrivarono settecentosessanta milioni di dollari da Washington, e furono spesi bene.
Fu per me un momento interessante. Ci fu attenzione per uno studio che avevo da poco pubblicato sulla causa della fame, e il Governo d’Abissinia forse usò quella voce etiopica fra le altre che imponevano un interesse e una risposta alla fame, su un paradigma nuovo: hai fame? Ti dobbiamo restituire il cibo che ti abbiamo tolto».
 
Una lettura particolare della cooperazione internazionale…
« La cooperazione deve diventare una somma di precisi e vincolanti contratti di restituzione. Mi spiego. Una donna di Koremi mi disse: “Marco, tu dici che la fame viene dalla terra, la terra che se ne va coll’acqua. Ma qui siamo sul ‘meda’, la terra é piana, quello é un problema delle scarpate. Mi parli dei tanti giovani da sfamare, ne vedo anche tanti partire, mentre noi coltiviamo la terra meglio di prima. A volte c’é il concime, e tanti muoiono della malattia. Dio non ci ama, ecco la verità, Non piove”.
La signora anziana, la pelle aggrinzita e gli occhi svegli, panni colorati leggeri ridotti a stracci ma vividi ancora come i suoi occhi, aveva sintetizzato un trattato di ecologia delle carestie. L’esodo, l’effetto limitato dell’erosione, a fronte di nuove terre coltivate e nuove tecnologie che aumentano la produzione. La malattia é l’Aids. Aveva perfettamente ragione, il modello a cui lavoravo, per spiegare l’avvicinamento delle fami si risolveva non in base a questioni di demografia o di agronomia. Era un fatto, sempre più, di egoismo dei ricchi. Mi arrabattavo per capire cosa avesse fatto delle fami una realtà che si ripete quasi due volte al decennio. Insopportabile, perché non ci sono i tempi sociali e meccanici per recuperare le relazioni e il capitale bestiame. Nella regione di Harar, dove Koremi é un antico villaggio di Arabi, si sono seccati due bei laghi su cui l’Imperatore Haile Selassie aveva contato per farne risorse turistiche. Non ci sono più, le paludi che restano sono ricche di uccelli migratori e stanziali. Il modello a cui avevo lavorato spiegava totalmente il ravvicinamento delle fami con il quadrato dell’incremento del biossido di carbonio sopra il lontano Mauna Loa, vulcano delle Hawaii dove la misura si fa dagli anni cinquanta. La fame é in una somma di gocce negate, nel monsone che si asciuga, nel grande potere dell’”uomo da consumo”: abbiamo cambiato il clima sprecando in cinquanta anni la risorsa combustibili fossili. Che, oltretutto, non torna. Come la purezza dell’acqua di Varese».

La carestia sta uccidendo 72.000 bambiniInquinamento, cambiamenti climatici. Non c’è speranza? 
«Se la mancata pioggia é la causa prima della fame, il disordine é la concausa. Il disordine legato alla mancanza di un governo sin dal 1992  in Somalia. Ma non é il peggio. La sola ragione di base é la stessa che ha scatenato le rivoluzioni dei gelsomini nel nord Africa: non piove, il prezzo dei cereali va alle stelle, si vede la fame venire. Ci si aiuta, poi, ad un certo punto, finita fra tutti ogni riserva, si inizia a camminare. L’ho visto succedere, in Karamoja, Uganda. Si cammina verso il sole, come per riscaldarsi. Si cammina verso una speranza di cibo e di acqua. Si cade ai bordi di strade e sentieri. Voi non avete visto questo succedere, non posso descriverlo. Proprio non vi auguro di vederlo. La soluzione a medio e lungo termine sta nel nord, da noi, nel contenimento degli sprechi per prevenire il peggioramento delle carestie. Se i livelli di disordine atmosferico legati al nostro spreco restassero così, ha ragione Meles ed il Governo d’Etiopia: l’aumento di produzione copre ogni siccità. Con il tempo. Ma sappiamo che la situazione peggiora, come Ban Ki Moon avvisa nel suo articolo. Avremo sempre più mesi senza una goccia d’acqua al posto dei monsoni e molti morti per inondazioni in... Somalia! Per curare un episodio grave di carestia occorono aiuti, miliardi di dollari, ricorda Ban Ki Moon. Una doverosa parte della restituzione. Ma si avvicinano inesorabilmente fra loro, le fami. Li vogliamo tutti qui? Non gli affamati, che non hanno il modo di muoversi se non a piedi, ma la classe media, spinta al Mediterraneo.
Il caso dell’Eritrea é un emblema, un vero dittatore senza un senso della ragione economica accetta che molti dei suoi, proprio dei militari, fuggano. Meno giovani forti, meno dissenso interno e rischi personali».
 
Ma c’è una via d’uscita o no?
La cooperazione internazionale deve costruire vie alternative di aiuto«Credo nel turismo come risposta a lungo termine. E’ il più grande trasferimento volontario di mezzi ed idee verso il sud del mondo. Già oltre centomila l’anno visitano l’unica via turistica di un paese enorme, l’Etiopia e diverse migliaia visitano le grotte di Laas Geel, secondo gli amici esperti dell’Università di Firenze le più belle al mondo, con le piste deserte di montagna, il mare sconfinato ed i forti abbandonati, le città perdute del Somaliland, paese che non c’é ma é libero, e tranquillo. È l’ex Somalia Britannica. Lì transita in circolo la via turistica alternativa al grande nord dei Castelli di Gondar, del lago dei monasteri insulari di meraviglia, il Tana, delle chiese preghiere di roccia a Lalibela. È il lavoro del mio ufficio in Etiopia, che fa ora la mappatura di risorse per la nuova via turistica naturalistica e culturale “Extended East Route”. Le enormi risorse del turismo mondiale possono essere una parte della soluzione, se ci avvicinano agli ultimi. Chi nasconde che la fame é l’effetto più tragico che consegue dai nostri sprechi che é figlia del cambiamento climatico, é un vero negazionista. Chi nega il cambiamento climatico nella sua parte rapidamente provocata dall’uomo, che ha per conseguenza tragica la fame, è colpevole di genocidio. Proponevo leggi ed accorgimenti per fermare lo spreco da noi, per allontanare le fami nel corno d’Africa. E tasse pratiche sui surplus dei tanti che ora hanno comprato l’uso delle terre fertili d’Etiopia, quelle che facevano gola ai nostri fanti da fame, nel millenovecentotrentacinque, e ora producono surplus per i nuovi ricchi in India, Cina ed Arabia. Che le leggi del mondo trascurino questo dramma ripetuto a raffica, é un assurdo da correggere subito.
Si istituzionalizzi l’aiuto allo sviluppo, la ricerca di semi di altro tipo, quelli che si piantano nella terra arida e crescono, si riorganizzino le strade rurali, sostengano i commerci locali di cerali, invece di gettare grano dai camion degli aiuti, come in corsa, nelle prossime settimane. Di nuovo fra quattro o cinque anni. Poi fra tre, alla prossima tornata ravvicinata di piogge mancate.
La Nazione é un concetto che va superato quando si toccano argomenti globali come la fame.  I negazionisti , quelli che non ammettono il nostro potere spaventoso, quello di cambiare il clima, vanno colpiti ovunque siano. Fatti tacere, perché con la loro tenacia a non accettare il cambiamento necessario, a beneficio dei soliti pochi allontanano le vere soluzioni. la difesa dell’ambiente é la difesa di noi stessi. Avremo sempre con noi biblici poveri, non li vedremo morire sul piccolo schermo o in rete. Sapranno nutrirsi. Lavorare le loro terre in modo efficiente é un diritto loro, fondamentale che libera noi dal peso della più grande vergogna del genere umano, la più spaventosa, la fame.
Fatiah di Koremi, e gli altri sereni Etiopi già vicini a Dio continueranno a pregare, anche per noi - poveri folli con tanti mezzi- e ad insegnarci le vie della giustizia.
 

Marco, Finale Ligure, 27/07/2011,

http://www3.varesenews.it/italia/articolo.php?id=210296 

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Abebe, fondatore degli sport paralimpici in Etiopia.

Poco fa il mio Facebook mi avvisa che uno dei molti miei ex alunni Etiopi ha preso parte ad un sondaggio su Abebe Bikila: “Fu Abebe il più grande atleta Olimpico o Paralimpico di tutti i tempi?”

Immediatamente, mi viene alla mente il titolo di un film su di lui, recente: ‘Atletu’. In Amarico, significa semplicemente l’Atleta.

L’atleta per antonomasia, sì, anche se io il film non l’ho visto, concordo. Perché per noi in Etiopia Abebe ha fondato una scuola. Con tutta probabilità la migliore al mondo per i fondisti. Ad insidiarci ci si mise il Dottor Gabriele Rosa, per molti il miglior allenatore di maratoneti al mondo, che dal 1991 iniziò a sviluppare un gruppo di fondisti Kenyoti, tra i quali primeggiò Paul Tergat.

Abebe disse, dopo la vittoria a Roma,la nota frase a giustifica dell’aver corso senza le scarpe: “Volevo che il mondo sapesse che l’Etiopia, il mio Paese, ha sempre vinto con determinazione ed eroismo”. Ancora, quando anche più tardi gli si chiedeva della sua voglia di fare scuola intorno ad Addis Abeba, e dei risultati internazionali che intanto altri cominciavano ad ottenere nel fondo, affermava “ Si vince perché siamo Etiopici, e sappiamo insistere”. Senza sapere o voler rivelare di avere dalla loro di nascita una predisposizione a gestire livelli di emoglobina da altissima montagna, fisico scattante e masse muscolari che favoriscono le prestazioni su lunghi periodi, rispetto alla potenza da scaricare in eventi brevi. Il modo di rispondere sta nel carattere Abissino puro, e il suo sereno esempio ne ha fatto, in particolare dopo il rientro dalla seconda vitoria, quella di Tokio, un modello da imitare.

A Roma Abebe, preso l’aereo per ultimo, appena aggiunto alla squadra da quel Niskanen che lo scoprì, si era rirovato a fare i conti con uno sponsor, la Adidas, piuttosto impreparato: non aveva scarpe adatte a tutti. Le sue gli facevano male, e alla fine di uno degli ultimi brevi allenamenti a Roma decise di correre senza. In fondo così si era allenato! La cronaca di quella mitica gara é ora riducibile alla fuga di due atleti nettamente superiori a tutti, Abebe e il numero 185, il Marocchino Rhadi, completamente soli già ai venti chilometri. Abebe continuava, con il casuale compagno, a cercare quel numero 26, il Marocchino che Niskanen gli aveva raccomandato di tenere d’occhio. A poco dal traguardo, senza forse neppure rendersi conto se non allora di sprintare per la vittoria, in soli 500 metri Abebe si stacco’ da Rhadi di 26 secondi. Il solito affondo incontenibile, quello stesso che prima Haile, poi Kenenisa ci hanno abituati a vedere molto spesso sui cinquemila e diecimila metri. La cosa invece a Roma stupì tutti, come i suoi piedi scalzi. Abebe allora capì che non c’era davanti un 26: il marocchino da cui doveva guardarsi lo aveva avuto di fianco per un’ora e venti minuti, era Rhadi, che non si era messo numero e maglietta assegnati per un quiproquo poi giustificato e che non ebbe effetto né sulla gara nè sull’attribuzione del suo ben meritato argento.

A Tokio, a poco più di un mese da un’operazione di appendicite, Abebe si ritrovò di nuovo con un solo contendente ai venti, e totalmente solo ai trenta chilomtri, presto lasciando non secondi, ma minuti al secondo arrivato! In entrambe le olimpiadi ruppe il record del mondo.

Dopo essersi ritirato al diciassetesimo chilometro nel 1968, fu onorato dal conterraneo e compagno di squadra lì vincitore, Mamo Wolde, che disse che se Abebe non avesse avuto un incidente al ginocchio destro (era con lui nel gruppo di testa al momento del ritiro) lo avrebbe certo preceduto, sulla base dei loro allenamenti comuni. Altri in Etiopia aggiunsero che Mamo non avrebbe comunque mai tolto al suo maestro lo sprint del terzo oro consecutivo.

Pochi mesi dopo il suo famoso maggiolino bianco, regalo di Haile Selassie dopo Tokio, finì in un fosso al lato di un viale di Addis. Abebe voleva evitare un gruppo esagitato di manifestanti che gli si parò davanti. Lo estrassero a fatica. Solo molte cure ed un’operazione in Inghilterra lo ridussero a tetraplegico da una condizione di assoluta incapacità ad uscire dal letto, ponendo freno a dolori inenarrabili legati ad una spina malamente lesa.

Imperterrito, Abebe chiese allora a Niskanen, il suo competente allenatore Svedese che sport potesse fare, celiando: “posso vincere la prossima maratona.. sulla carrozzina?”.  

Gli venne indicato di tentare il tiro con l’arco. Abebe vinse, tra le diverse a cui partecipò con vari successi, una gara internazionale e... una gara su slitta trainata da cani in Norvegia! Inventò così il movimento paralimpico, sconosciuto in Etiopia fino al 1970, come allora era ancora in tantissimi paesi. Notizie su di lui come atleta disabile, tornato in auge e onorato nonostante fosse caduto indisgrazia per avere per poco sostenuto il tentativo di golpe del 1966, anche solo a dichiarazioni, non solo circolarono e incoraggiarono molti a tentare, ma in prima persona Abebe seguiva e dirigeva i primi passi del movimento.

Ma la sua amata vecchia Volks e di nuovo la sorte di essere incappato tra i manifestanti quel giorno del 1969 avevano danneggiato anche la sua testa.                                      Morì nel 1973 per un’emorragia legata ai postumi dell’incidente. Di cinque anni prima.

Facebook mi chiede chi é per me l’eroe indiscusso dello sport Olimpico e Paralimpico?

Non ho dubbi, scelgo Abebe Bikila!

                                                                                               Varese, 4 Febbraio 2011,

preparato per la prossima uscita dell'Organo Ufficiale dello sport paralimpico Italiano.

 

UNA FAVOLA, CHE POTREBBE ANCHE AVERE UNA FINE MENO TRISTE, DIPENDE SOLO DA NOI VARESINI.

 

Torte a montagna

Kiya, nome di preferita di faraone, questa favola e’ per te.

C’erano due montagne, lontane fra loro, che si conoscevano bene. Erano nate nello stesso forno che fabbrica i paesi e fa scoppiare i vulcani. Quello del fornaio, lo zio Patrick, che venuto dalla Costa d’Avorio sapeva fare la torta al cioccolato, che i grandi chiamano Sacher, Sai che si leccano le labbra per non dimenticare sulle punte dei peli dei baffi la crema di cioccolato?

Siccome era la piu’ buona di Varese, lui ha sposato una principessa dei forni, e ora ha tanti negozi di pane e altrettanti di dolci. Fanno lavorare insieme Varesini e Africani in quei posti dove l’aria sa di profumo di torte e le loro faccie si sporcano di farina. Ma la storia non finisce, comincia qui. Anche se dicono che Patrick visse pure lui felice e contento tantissimi anni, e ebbe molti figli.                        Beh, per forza, visto che era Africano.

Una volta mise con la moglie due montagne nel forno, per vedere se lievitavano bene. Una decisero fosse varesina, e pensando alla primavera la chiamarono ‘Campo dei Fiori’, all’altra pensando all’Africa trovarono un nome strano, e la chiamarono ‘Kundudo’. A questa con la spatola appiattirono la cima, visto che in Africa ci sono delle montagne piatte.

Una famosa montagna piatta fa finire l’Africa, e siccome si chiama montagna della Tavola e sta vicino al Capo di Buona Speranza sembro’ loro che c’entrasse col loro mestiere. Anzi, che portasse bene farla cosi’, sperando di inventarsi una storia a lieto fine.

Lievitarono si’, e diventarono cosi’ belle che fra tutte le montagne a torta vennero poi scelte da quegli strani uomini che vanno camminando e rotolando giu’dai boschi, perche’ non seguono per niente i sentieri degli altri. Quelli li’ fanno diventare i monti dei parchi, per evitare che gli altri uomini, normali ma pitocchi e pasticcioni se li mangino tutti, e ne hanno fatto due boschi protetti.

Veramente, nel lievitare prima fu che salirono molto nel forno, ma poi dentro, nella pasta si fecero delle brutte crepe. Poco importa, dirai, dato che da fuori non si vedono.

Meglio non venderle per evitare figuracce, peccato mangiarle subito, penso’ piuttosto Patrick.                                                  Le lanciarono fuori. Una appena fuori, sopra Velate. Una la moglie fornaia, Ernesta, piuttosto stizzita e vedendo che lievitava a dismisura, prima che le riempisse anche il bagno tirato a lustro, a cui teneva molto, la catapulto’ fino in Etiopia. Cosi’, per dire in un posto lontano, ma tu Kiya lo sai meglio di me come e’ fatta l’Etiopia, e una montagna piatta in piu’ la’ non ci sta mai male.

Anzi, non se ne era accorto nessuno, di lei. Il Kundudo (Patrick e Ernesta l’avevano chiamato cosi’, ricordi) piacque molto ai cavalli di la’, venuti dall’Arabia in barca, che ora ci girano sopra liberi. Piacque a gente antica misteriosa, gli Harla. Loro, giganti mitici di cui nessuno sa piu’ nulla, dipinsero tutte le sue rocce migliori con pitture di tre o quattro colori.

Dentro, il tempo e l’acqua, forse chissa’ che arie che vengono da dentro la montagna hanno fabbricato in una spaccatura lunga della pasta pasticciera una grotta cosi’ bella che dicono sia la piu’ bella d’Africa. Io ci vado spesso con i miei amici, anche se bisogna mettersi dei vestiti caldi, meglio delle mutine da surf, visto che l’acqua dei primi pezzi di grotta, prima che si aprano delle sale meravigliose, e’ freddina freddina.

Oh, quella rimasta a Varese aveva fatto un botto atterrando tra Sant'Ambrogio e Brinzio, sposto’ della bella palta cadendo, mentre ancora lievitava. Schizzo’ terra tutto intorno, chiudendo una valle poco fonda, che si riempi’ e ora e’ il lago di Varese. E’ fatto come una scarpetta di fata a punta, e’ bello.

La gente che la vide cadere, per ringraziare di non essersi fatta male, sopra fece una chiesa e una via di sassi tondi per salirci, con delle cappelle per raccontare vita e morte di Cristo.

Chi la guarda d’autunno dall’altra parte del Lago, verso Biandronno, vede meraviglie: tanti colori sugli alberi fitti, nuvole di tutte le forme, uccelli tra il bianco e il verde a tutte le altezze, con il Campo dei Fiori dietro.

Vai anche tu a vedere, al tramonto, camminando sulla sponda prima dell’isola, che proprio isola non era, visto che meta’ l’hanno costruita i trisnonni che li’ avevano fatto un villaggio di vacanze che somigliava a quelli Alpitour. Era fatto sulle palafitte, e per meta’ accumularono terra scavandola intorno, visto che altre case non volevano stare a mollo nel lago ficcate su pali.

Da li’ prova a immaginare che grotta impressionante si e’ fatta la’ dentro, vedi, nella valle sopra Casciago. Era una spaccatura nella pasta. La chiamano Boecc del Remeron.

Io poco fa ci sono entrato, fino in fondo. La torta di Patrick si era come staccata in due pezzi di pasta -robe spiacevoli visto che poi buttano via le torte- che i pasticceri esperti chiamano faglie. Li’ non finisci di scendere, in antri molto larghi, con sopra cubi enormi e bianchi come di ghiaccio antico, diventato pietra. Attaccati alla corda che gli amici avevano assicurato bene a teste d’acciaio nella roccia si e’ scesi ad un laghetto, gonfiato il canotto da cinque euro come quello che sulla spiaggia si sgonfiava sempre. Lo abbiamo attraversato solo per scoprire che subito c’era un salto di venti metri da cui l’acqua scendeva e, dopo dei passaggi stretti, la grotta finiva in un altro piccolo lago chiuso tutto nella roccia.

Ah, poi basta, la’ entrano solo dei matti che si chiamano ‘speleosub’ fra di loro, e di solito non ritornano fuori a dire dove finisce. Pensano tutti che vivano la’ dentro, ma son cose complicate da raccontare.

Dalle parti di Biandronno punte di lastre di pietra bianca giocano tra le ondine del lago, e anche le folaghe, uccelli che somigliano ai camerieri, molto indaffarate, si divertono tra rocce affioranti e canneti agitando il colletto bianco messo al contrario, sopra il becco.

Ora basta fare (e raccontare) montagne, I servizi sanitari a Varese han detto da tempo che non e’ roba da fornai e magari cosi’ facendo faran venire il mal di pancia ai clienti. Già, che le montagne la sera son pesanti da digerire.

Allora Patrick e Ernesta Barra, che ci sono ancora e molto a lungo continueranno a fare andare il panificio mettono in forno la loro torta poco inclinata a sud e tagliata dritta giu verso il nord, esattamente come la montagna di Varese, e poi se la mangiano loro, al piu’ tutti insieme quando arrivano i nipoti di Patrick dalla Costa d’Avorio, che son tanti.

Quando vengono d’estate, se la mangiano in riva al lago al parco della Schiranna, e d’inverno, in casa. Non e’ che i cugini vengano sempre dall’Africa, visto che hanno molto da fare la’, vengono solo per le vacanze. La’ nel continente nero si raccontano favole terribili su Varese, di papa’ che portando la bambina a scuola picchiano le bambine degli altri dicendo ‘sporca nera’ se sono scure. Di chi comanda qui, che se i soliti scemi picchiano una ragazza caffelatte araba sul bus litigando per i sedili, tipo in America tanti anni fa, dice che sono solo questioni di cuore, per difendere i suoi.

E lui o chi gli sta intorno che leverebbero, anzi -figurati che l’hanno fatto davvero- persino i barbecue per farsi le grigliate insieme al lago, visto che le usano i non varesini che loro chiamano con quella parolaccia, li’ ‘extracomunitari’ per far sapere che loro di comunita’ non ne hanno e non ne vogliono proprio. Le loro favole per me non finiscono per niente bene.

Allora in un posto cosi’ certo che la gente comune non ci viene volentieri.

A Natale, dal forno il Campo dei Fiori di pan di zucchero che le scure esperte mani di Patrick preparano per tutti esce gia’ con tanta neve in cima, che si scioglie solo a primavera Pare sia un dolce ben piu’ gustoso di quello che chiamano Varese, che a me sembra una mortadella legata stretta con la corda.

Anche se e’ gia’ lui molto buono, e sa di mandorle Siciliane.


Varese, 26/10/2010 © Marco Vigano’


Non ho altre foto da mettere. Ma lo sai gia’ che sul sito di papa’, etio.webs.com ci sono molte foto del monte Kundudo, lo stupendo, e ce ne sono un paio tue con quel canotto che si sgonfia sempre. Al lago di Langano.

Come dici? Tranquilla, al lago di Varese ci andiamo, quando vieni, anche se li’ l’acqua ha color verde pisello e non ci mettiamo il canotto, non si nuota.

I barbecue sulla sponda glieli facciamo rimettere subito per forza, ora si vergognano tutti qui di certe scemate che fanno. I papa’ che picchiano le bambine degli altri non si fanno vedere piu’ a scuola dalla paura, e credimi, qui tutto andra’ bene, non son favole.

Perche’ i razzisti scemi fanno male anche a te, e sui pacchetti dello zucchero di canna, sulle sigarette una a una, su tutti i tipi di torta, sui biscotti e su ogni chicco di caffe’ a Varese c’e’ scritto:

FALLI SMETTERE!

 

La terra e le ossa

 

Gli speleologi ed i miei studenti ‘Rasta’ Diego e Matteo sono nel parco Awash.

Passata la pianura degli Orici forse staranno cercando i coccodrilli lungo la sponda, incontrando tante scimmie, gazzelle, uccelli. Oppure staranno ammirando Martin Pescatori e Hammerkopf librarsi sulle potenti cascate.

 

Pochi minuti fa, camminando per la stazione abbandonata della ferrovia che da Gibuti attraversa deserti e pianure per arrivare su ad Addis Abeba ho calpestato qualcosa, forse un frammento di legno duro. Subitamente, dimentico del forte sole, mi son sentito trasportato nel buio della grotta, nella memoria troppo viva e scostante di quelle ore passate l’ultimo dell’anno e l’altro ieri, accovacciato tra i basalti della grotta dei ribelli, sotto Zeret.

Non si poteva evitare, alla fioca luce elettrica dei caschi da speleologo, di camminare sopra tanti poveri resti. Abbiamo contato ventuno mandibole. Ancora mi pare di calpestarne, sì, come ne sentissi altre sotto le suole.

I crani non si trovavano, o erano a pezzi. In un solo caso la scatola, intera, era stata rotta da sotto. Ho trovato, mentre misuravo la larghezza della bocca con una rollina metrica, un’impronta di leopardo. Ho chiesto e saputo poco dopo che in zona ci sono anche sciacalli e iene. Ho intuito, e forse per un attimo anche immaginato la macabra scena del dilaniamento dei circa trenta corpi che abbiamo trovato là sotto. La natura ricicla ogni forma di energia disponibile.

Il banchetto delle fiere era seguito nella grotta detta ‘dei ribelli’ a Zeret in Etiopia all’ultima vera battaglia della guerra d’Africa. Quella che aveva rappresentato l’apice del regime del ventennio. E una vera, sentita soddisfazione per tanti, per non dire tutti, i nostri nonni.

Oltre venti milioni avevano volentieri seguito in diretta radiofonica pubblica, in centinaia di piazze gremite, un celebre discorso di Benito Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia: “Il Maresciallo Badoglio telegrafa: ‘Oggi, cinque maggio, alla testa delle truppe vittoriose, sono entrato in Addis Abeba’…”. Otto minuti di discorso ritmato dagli scatti e dalle pause volute che tutti gli uomini che contavano dovevano sforzarsi di imitare, interrotto -ci fu chi li contò esattamente- da oltre trenta scrosci di applausi. Correva il millenovecentotrentasei.

Ma il buffo e illogico Impero che riempiva i discorsi dalla retorica a scatti rimaneva contrastato da diversi armati in Etiopia.

La repressione nella regione montuosa del Menz dell’Aprile del millenovecentotrentanove cercava di catturare Abebe Aregay per soffocare un movimento di resistenza che, circa tre anni dopo la fine della guerra, si faceva davvero fastidioso. Una maestosa galleria scavata nella viva roccia da stradini delle Alpi, capolavoro di oltre seicentocinquanta metri, aveva aperto l’accesso all’Eritrea unendo due fronti ripidi popolati da fiori meravigliosi. Ma era minacciata dagli uomini di Abebe.

In fondo, neppure il suo odore, come si trattasse di uno spirito misterioso, fu mai alla portata dei nostri. Dopo la morte dei due grandi generali che lo avevano braccato, Italo Romegialli e Ugo Cavallero, entrambi legati alla Repubblica di Saló, Abebe, contadino astuto e abile stratega, viveva sereno ad Addis Abeba. Inizialmente fu temuto da Haile Selassie in esilio, poi, dopo che lo accolse al ritorno in Addis tra due ali dei suoi, armati e in festa, il Negus lo fece Ministro della Guerra e governatore del Tigrai, eroe dell’Impero antico.

Lui, Abebe figlio di Aregay, grande di queste terre, non c’era proprio nella grotta a Zeret.

La notte del dieci Aprile, Teshome, uno dei suoi luogotenenti, il figlio di Shenkut, si burlò dei molti che tenevano sotto tiro da una manciata di metri l’imbocco ovest della grotta -l’unico attaccabile, ma in pratica inespugnabile. Teshome si calò armato e con diversi dei suoi dalla strettissima bocca est opposta, scendendo nel buio totale di una notte senza luna, scuro sul basalto, da una ripida parete e sparì, forse udito solo troppo tardi, certo non visto, tra gli sterpi. I nostri pensarono forse fosse sfuggito proprio Abebe, o comunque temettero quello che il Generale Cavallero avrebbe fatto sapendo che i capi rivoltosi li avevano beffati. Sapevano che non avrebbero mai potuto vincere una battaglia dopo un assalto contro molti armati schierati nel buio imperscrutabile, che tiravano a colpo sicuro contro delle sagome perfettamente stagliate in forte controluce. Di notte come di giorno non avrebbero neppure potuto avvicinarsi ad una parete di accesso perfettamente difesa, senza forti perdite.

Allora, la mattina successiva, scattò un piano alternativo ben studiato, che diede un risultato superiore a quelle che credo fossero le aspettative. Dalla cengia che abbiamo visitato, tra i due balzi monolitici di basalto alti quasi esattamente cento metri l’uno furono calati due o tre fusti di iprite e fosgenina.

Teghegne Belayneh, ottantatrenne tra i sopravvissuti di allora, ci racconta che i fusti erano tre. Furono calati con dei cavi presumibilmente di acciaio. Si videro dei traccianti e poi delle esplosioni forti riversarono intorno un liquido come caffè, che diventava una nebbia. Chi la respirava cadeva immediatamente, mentre tutti si ritiravano nei recessi dell’antro, inseguiti da una nuvola pesante e mortale.

La battaglia così finì poche ore dopo, con la resa degli assediati. Perché l’acqua del laghetto interno, nel ramo in declivio, lontano due dozzine di metri dall’imbocco, era certo contaminata, e uccideva chiunque la avvicinasse alle labbra per cercare sollievo da una fine che comunque incombeva i colpiti dal gas. La maggioranza dei trentacinque grandi otri di derrate e tutte le anfore, in pezzi, le ho contate nella prima sala: poco cibo era certo rimasto incontaminato.  

 

Marco, il figlio dello speleologo Furlan, in pochi minuti di ricerca, ha trovato presso la bocca della grotta quattro bossoli tutti diversi, certo di fucili Abissini, esattamente dove meglio si coprivano le posizioni assedianti.

Gli assediati, secondo Matteo Dominioni, lo storico dell’Università di Torino che ha scovato i fatti di Zeret da polverosi e disordinati archivi militari a Roma, erano circa millecinquecento.

Ottocento, nella cronaca bellica, i fucilati alla fine della violenta battaglia. L’ultima della guerra, tre anni dopo la fine delle ostilità ufficiali. Sono i fatti che ora riviviamo nei molti segni abbandonati in grotta, datati settanta anni ma fissati tra pietre, polveri impalpabili, ubiquitari vestiti a brandelli, molte centinaia di frammenti di anfore ed orci.

Gian Paolo, il direttore di missione, lo speleologo esperto e preciso, non concorda sui numeri. Non vede millecinquecento assediati a lungo distesi sui clasti: rocce troppo scomode. Per nulla levigate dall’acqua, grezzi letti dove la molta paglia trovata non giustifica una comoda presenza. Ho ben io a insistere che l’alternativa era la morte certa, e che i perlomeno tremila metri quadri coperti potevano ospitare molta gente ancora. Lui ancora, esperto meteorologo di grotta, non crede che molti siano morti per il gas, subito. La grotta chiusa tiene ferma l’aria, come testimoniano le odiose polveri che, una volta le sollevavamo, restavano sospese ad impedire la vista.

Teghegne cita molto bestiame ucciso presso la bocca, nel fuoco incrociato, e molti armati che sfuggivano falciati dai nostri, nella notte della sortita.

Davanti ai giornalisti Etiopici che, a loro volta sconvolti dopo averci accompagnato solo nella prima sala, mi chiedevano un commento, potevo solo singhiozzare uno ‘scusateci’: le scuse che finora Italiani certo più grandi di me hanno loro negato.

 

Qui sopra, sul vulcano Fantallé, ad Aprile avevamo superato a fatica scalando la cima tante creste di lava nerissima, spesso pura ossidiana vitrea, che ci sbarravano il passo: costole scheggiate di una terra che ha ossa durissime. 

Appena i miei compagni mi raggiungeranno partiremo per Harar ed il ‘mio’ Kundudo, l’Amba sorprendente dei cavalli liberi.

Tra la città murata di Harar e la montagna piatta dei cavalli abbiamo conosciuto, ed in un caso, scoperto pitture rupestri varie mai viste dagli esperti. Segni colorati di culture lontane più di cento generazioni, concentrati artistici simbolici. Su rocce chiare scelte per riti o comunque per tramandare un’arte unica a questo mondo.

E di nuovo, rivedo i resti esposti alle nebbie ed ai soli equatoriali, a tremila metri di altezza nel prato umido che copre il Kundudo, di Santi Islamici tra i primi venuti in Etiopia portatori del Corano, intorno alle fondamenta della misteriosa moschea di lassù.  

Ossa e rocce popolano oggi i miei ricordi.

Marco, Awash, Buffet de la Gare, 3/1/2009

 

 

La mia vita con e senza la voce ed i ‘click’ di Miriam Makeba

 

Era la voce che piú amavo da ragazzo, forte, melodiosa, distante, esotica, morale, viva.

La sola a schioccare davvero, perché la lingua di sua madre, lo Xhosa, aveva mutuato suoni inauditi dal Koi’San, l’idioma dei Boscimani, che non ha vocali né consonanti, solo tonalità di ‘click’ diversi. E’avvenuto durante la loro migrazione, la piú vasta che l’umanitá abbia conosciuto, dal Centrafrica, o appena si sono stanzializzati pochi secoli fa, non molto tempo prima degli Olandesi, presso il Capo di Buona Speranza. So pronunciare da allora n’QoQotwane, dove ogni Q è un forte schiocchío, un’esplosione di forza indomita. “Gli Inglesi la chiamano la ‘canzone del click’, perché non possono pronunciare nQoQotwane” detto dalla ragazzina carina, con le nere braccia sinuose salde avanti a stringere il microfono sapeva giá di sfida, all’inizio degli anni sessanta.

Non tornò da un viaggio a Venezia, e dopo un anno passato negli States, mentre la sua fama cresceva, il Governo dell’Apartheid le negò il visto per rientrare a seppellire la madre.

Diverse volte si è rialzata, dall’essere prestissimo rimasta orfana di padre, dalla morte dell’unica figlia, Bongi, al culmine di uno di diversi momenti di crisi economica. Allontanò i giornalisti dal funerale, che fece da sé, sola, perché non aveva i soldi per comprare una bara qualsiasi. Orgogliosa di nascita, la lotta continua ai razzismi veniva prima di ogni altra cosa. Vendette per un nonnulla i diritti di Pata Pata, la canzone-danza che entrò nelle Charts negli USA e che da sola, ascoltata dal mondo per tante volte, l’avrebbe sostenuta a vita anche con una grande famiglia.                                                    

   Miriam in concerto, dalla voce di ‘Encyclopedia Britannica’

 

Avevo gridato a lei alla quattordicesima cappella al Sacro Monte di Varese, poi ancora, trascinandomi dietro un po’della folla, in una grande palestra di Milano negli anni ottanta: “U Shaka”, a squarciagola, reclamando una canzone speciale, che Miriam giá da anni non riusciva piú, credo, ad intonare.

Un canto intenso, alto e vibrante, tanto da esser il solo suono che mi facesse tremare la spina dorsale, come da dentro, motu proprio. Una volta mi svegliò dalle onde corte della BBC mentre ero appisolato in un piccolo letto del campo di Don Vittorione, il missionario Varesino dalla enorme massa corporea, a Moroto in Uganda. Non potevo dormire, stanco dopo un’altra giornata del mio primo incarico di lavoro, difficile e pericoloso: nel sonno la colonna vertebrale iniziò ad inviare un tremito irrefrenabile mosso da quella canzone che ne sapevo l’unica causa possibile, piú volte verificata, U Shaka, il canto dell’eroe Zulu, dalla sua voce, non importa se modulata da onde disturbate, venute davvero da lontano.

La cantante della mia vita è morta a Castel Volturno, per un malore che l’ha colta dopo un concerto speciale. Un tributo al Saviano che sulla Camorra ha saputo scuotere una buona parte d’Italia.

Ha sbagliato Miriam a dire di sì, dopo due anni dal ritiro ufficiale dalla carriera, periodo in cui nessuno l’aveva piú sentita cantare per piú di venti minuti, o il destino l’ha colta come le conveniva, su un palco di lotta morale e culturale, gridata, armonica, sentita.

Non si é mai ripresa dall’ultimo show, è partita dal palco al cielo.

 

Che palco Castel Volturno!

I Camorristi allora semplici agricoltori malavitosi vivevano di traffici intorno ai campi di pomodoro, di droga ne spacciavano poca ancora, quando una ragazza Senegalese, della prima orda - per massiccia che fosse giá-  di schiavi Africani dei campi, salì alle cronache nel 1983 per un fatto quasi banale, un parto per strada. La ragazza fece però quel che non doveva, che non si poteva fare, come tutti in zona ancora ben sanno: parlare. Mentre l’interesse cresceva ed i giornalisti la cercavano, minacciata di morte fu costretta a rifugiarsi da amici. Uno di quelli o i carabinieri parte del giro fecero trovare della droga ad un’improvvisa, davvero inusuale ispezione solo nella casa colonica dove lei si sapeva riposare, da tanta fatica, per una sera. Parti, svanì nel nulla con la sua creatura di due giorni, senza nulla turbare. Tra i due missionari vanamente incatenatisi a qualcosa in centro Castel Volturno c’era P. Nascimbeni di Malnate. Manifestavano contro le deportazioni. Come se gli schiavi fossero il problema della zona, li si cacciava di casa.

Il Miracolo venne invece a tardo 2008 dal Ghana. Altri sono i centri della camorra, non solo sotto il palco dove cantò ieri per l’ultima volta la voce della mia vita. Quando per ignoranza uccisero cinque dei loro -i contadini malavitosi arricchiti che ostentano non sanno certo distinguere tra Africani- confondendoli con altri che per un clan rivale minacciavano una zona di spaccio, i Ghanesi del posto non si sono intimoriti. La reazione rovesciò non solo auto, ma l’omertá di tre generazioni. Perché loro non avevano paura, gli Italiani molta. Lo Stato reclamato da cittadini, preti, scrittori si è finalmente svegliato, diversi sindaci parte del sistema sono agli arresti, il clan dominante decimato.

Ius sanguinis, che bella parola. Giustifica e illustra il perché da noi deve ancora nascere un politico non figlio di qui, ‘extracomunitari’ li chiamiamo, termine ancora peggiore. Sangue chiama il primo, e continuerà a farlo finché non si capirà che l’integrazione é indispensabile in un mondo globale. Né i Boeri né Hitler ai tempi del mondo delle razze poterono eliminare gli stranieri. L’integrazione passa dai diritti e doveri civici, primo quello del voto. Solo i figli di padre Italiano saranno Italiani, con una recente apertura anche a quelli di madre nostra, ma neppure la terza generazione dei nuovi Italiani può partecipare alla vita politica di ogni giorno, nei quartieri, votare ed essere eletto. 

Il secondo vocabolo, il reietto, razzista ‘extracomunitari’ denuncia il limite delle nostre menti, a otto anni dalla fine del termine burocratico Comunità Europea a cui era labilmente legato, tanto che si usa sempre come indicativo di razze ‘abbronzate’, per citare un termine di moda in questi giorni.Chi sta fuori dalla comunità purtroppo delinque, non serve a sé o alla società, è uno schiavo, non voterà mai, mai sará cittadino come gli altri.Neppure i figli ed i figli dei suoi figli. Perché?        

                                                                                                       

 La ricchezza non fa mai grandi, le idee e la forza di sostenerle sì. La redenzione, in cielo e sulla terra viene da lì, qualunque fede la nascita o la convinzione ci abbiano consegnato.

La Makeba, oggi alla RAI simbolo della lotta alla Mafia? Debole, davvero, interpretazione scorretta.

 

Grazie per la tua vita, per la tua morte, per il tuo esempio, Miriam. Voce degli oppressi da ragazzina in Sud Africa, poi per due generazioni, in tutti i paesi. Ora piú che mai. In Italia.

Simbolo della lotta di cultura, senza fucili. Ai razzismi, non alla mafia.

Come tutta la vita, fino all’ultimo battito, oltre l’ultimo ‘click’.

 

                                                                     Marco Viganó, Varese, 10 Novembre 2008

Pubblicato su: musicalwords.it, societá dei concerti blog, Il Rigo Musicale, reggaezion.com.

 

QUESTO NON LO VUOL PUBBLICARE PROPRIO NESSUNO, E' COSI' OFFENSIVO?

Riflessione sotto l’arco, mentre tace la musica

 

                                                               Inviata ai direttori di Prealpina, Provincia, VareseNews

 

Signor Direttore,

 

Due ore fa la Polizia Locale cacciava un musicista Europeo dell’Est, di quelli che non osiamo chiamare con il razzista 'extracomunitario' perché ci assomigliano troppo, dall'arco Mera a Varese.

Se non mi avesse fermato il ragazzo stesso, colpevole solo di avere un violino non alla sua altezza -suono cupo, gli si è rotta una corda mentre suonava per il mio euro- sarei entrato in polemica con chi  semplicemente eseguiva un'ordinanza demente: “No Signore, niente, io qui da una ora, disturbato vicini, andare via”.

Quali vicini, le targhe dei morti nella guerra che cancelló le leggi razziali e stemperó il disonore dell’Italia, uniche alloggiate nell’arco?

Siamo alla frutta. Di quella che i figli dei contadini Bobbiatesi mi vendevano da ragazzo, per strada, di fianco ai carretti ed ai loro asini sotto il Collegio Sant’Ambrogio, trentacinque anni fa: niente accendini in mano, come contestato al sedicenne Arabo colpevole di tanto reato di vendita da meritarsi 12.000 euro di ammende per una scatola di accendisigari.

Là nel Collegio una suora tornata da tanti anni di missione in Birmania mi insegnava il mio primo Inglese, servitomi poi a lavorare nel mondo, da migrante ricco, esperto della Cooperazione. Che direbbe oggi la mia insegnante Madre Enrica Colombo al mio amico Ilias, di quell’angolo di mondo, la Birmania, che lei amava nonostante vi avesse rischiato la vita piú volte per praticarvi la Carità? E’che Ilias ha perso il lavoro, le poche rose confiscate, dicono abbia una multa insensata che non potrà mai pagare.

 

Signor Sindaco,

 

l’ho vista e salutata per strada poco prima del minimo fatto che riferisco. Le chiedo, con questa lettera aperta, di adoperarsi per aiutarci a cancellare i razzismi che tornano di moda. Come quelli insiti nella legge della Regione Lombardia, dichiarata anticostituzionale il mese scorso, che dal 22 Marzo 2007 prevedeva la chiusura dei ‘phone centers’ che non avessero tre (sic!) bagni per ogni 60 metri quadri. Perché frequentati dai nuovi Italiani. La mia banca, oltre l’Arco Mera, ha ottocento metri quadri a disposizione dei clienti, e nessun bagno per noi. La legge che ha chiuso ingiustamente i centri telefonici ha rovinato molte famiglie di piccoli imprenditori, stranieri di immigrazione non recente ed Italiani.

L’alternativa è che Lei, meglio chi di dovere al Governo, si adoperi nel suo per cambiare l’articolo  incriminato della Costituzione, il tre, che esclude a priori ogni tipo di discriminazione per Sesso, Razza e Religione. Evidentemente datato, ispirato a principi superati, forse alla foga idealistica del dopoguerra.                                                               

 

Dovere altrimenti, secondo le vigenti norme ed il buon senso, ripagare i danni a chiunque ne abbia subiti da provvedimenti incostituzionali.

Intanto altri, fieri delle nostre libertà, seguono comportamenti che onorano le passate leggi razziali, chi li ferma se negli stadi e fuori inneggiano a Mussolini? Sciocchi in fondo i Greci che han negato il tifo stasera alla nazionale dei Campioni del Mondo dopo pochi fatti provocati da Ordine Nuovo allo stadio di Sofia…Han solo perso  molte centinaia di migliaia di euro in biglietti, soggiorni e altre spese. Non credo nessuno qui se ne occupi davvero.

Come si chiamava il campione della Razza che stamane accoglieva i Poliziotti in casa al grido: “Varese Nazione, il resto è Meridione”?                                                                                                                                                         Varese, 19/11/2008

                                                                                                                                                                                                                                           Marco Viganó

 

La Lombardia sola aveva varato una legge incostituzionale dall'Ottobre 2008 che ha fatto chiudere molti centri per le telefonate internazionali e per l'invio delle rimesse degli emigrati.

Molti, anche tra i leghisti, criticano un'assurdo provvedimento del Sindaco di Varese che prevede multe illimitate per musicisti, artisti di strada, accattoni, ambulanti se esercitano il loro mestiere.

Chi rimborsa i primi, molte famiglie sul lastrico? Come far smettere di tormentare i secondi?

La natura della forma di razzismo che qui descrivo, l'accanimento amministrativo contro chi é diverso rivela nell'ultimo provvedimento una comica stupiditá: chi ha reddito si puó multare, non chi é costretto a chiedere elemosina o vendere povere cose.

I dodicimila euro comminati al piccolo fiammiferaio, rigorosamente straniero, sono la somma di quattro ammende in successione.

Il ragazzo dovendo vendere inezie per vivere, presa una multa si spostava di poco e continuava a lavorare. E chi osserva, da un po' ormai la situazione surreale che si é creata puó solo divertirsi, in fondo, della dabbenaggine di chi ci amministra.

E tentare una semplice lista di incombense piú utili per la Polizia Locale.