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Lo strano destino di Abraham

Posted by etio on January 9, 2011 at 1:05 PM

Un tramonto incompatibile con le cose degli uomini bruciava la sera davanti alla porta dell’ospedale Coreano di Addis. Accendeva sopra la fortezza di Zera Yacob il complesso monte Wechacha, coprendolo con sette raggi staccati che arrossavano di sangue la meta’ est del cielo rarefatto di quassu’.

Dentro il portale, Abraham moriva attaccato ad una sofisticata inutile macchina. Mentre la sua sposa e i molti invitati festeggiavano le nozze. Le sue.

 

Abraham figlio di Berihun era un ragazzino minuto, simpatico, sveglio. Correva per le strade del villaggio nel Tigray denso di storia antica. Il villaggio era e finora resta tanto povero quanto ricco era l’Impero di Axum, che batteva moneta in oro e commerciava con navi proprie con le Indie, al tempo di Cristo. Difficile spiegare le privazioni di oggi di quei poveri Cristi.

Abraham presto si ammalo’. Erano tempi buii, la Guerra faceva mancare il cibo. La pelle di Abraham cresceva, lo rendava dolorante, tutto anche se il problema sembrava limitarsi alla faccia, sotto l’occhio sinistro. Il dolore si faceva insopportabile, la pelle cadeva, come infetta si rigonfiava, non finiva di crescere. Presto divoro’ l’occhio di Abraham.

Fu detto: cancro della pelle, violento e di un tipo raro. Poca speranza, una sola certezza, una morte triste ed inesorabile, obbrobriante mentre i piu’ lo sfuggivano, ridotto come mostro impresentabile. Lui, che era sereno e giocoso, ignaro di ogni cosa, dimentico’ la felicita’ potesse esistere

Il fronte era sempre piu’ vicino, finche’ salto’ in pochi giorni Wukro, Makalle’ e presto raggiunse Addis Abeba. La pace e l’idea di liberalizzazione che segui’ alla guerra porto’ in Etiopia Emanuela, che cercava di darsi da fare. Nei posti strani e lontani, missionaria di felicita’. Vide Abraham, per il caso voluto da una vita che sa consolare: lo amo’ subito. In Italia, terra di tanti medici e di mezzi, affido’ Abraham ad un collega medico, Anna.

Le cure erano continue, la malattia incurabile, ma contenibile. Abraham da quel millenovecentonovantaquattro non torno’ in Etiopia. Divento’ parte della famiglia di Anna, aggiungendosi ai suoi fratelli Francesco, Luisa e Paola, dividendo ogni cosa e crescendo nella Varese di certi signori che fanno della xenofobia un trucco per cercare voti, della globalizzazione uno strumento da sfruttare per dominare le menti nell’odio, mai per farle crescere nella conoscenza del diverso.

Lui, piccolo scuro aggraziato nei modi, reso saggio dalla sofferenza, era un esempio per chi aveva vicino. Abraham, faccia rovinata, cuore forte, parole di miele per tutti.

 

Verso i trent’anni la voglia di essere uomo e la nostalgia delle foreste balsamiche d’Etiopia, per citare Verdi di Aida, o no so che voglia tutta sua ma temuta da mamma Anna a Varese, lo spinsero ad un viaggio.

Abraham lavora ed e’ risparmiatore. Cosi’ spese quello che una famiglia benestante intera del nord Italia avrebbe speso in un viaggio ai castelli di Gondar, al Lago Tana e alle chiese scavate nella roccia da re Lalibela. Piu’ che altro uso’ gli euro preziosi con e per i parenti nel Tigray ed in un hotel di Addis. Si fece notare da una famiglia che non lo aveva certo dimenticato del tutto. Papa’ e mamma non c’erano da tempo. Ma fratelli e sorelle si preoccuparono davvero. Come, lui, ricco ormai, alla faccia della faccia, non si sposava?

 

Nella cultura locale, il maschio conta, e il giorno del matrimonio l’attenzione e’ tutta su di lui. Il Muscirra, lo sposo, rappresenta tutta la famiglia estesa, non ride, non balla se non in un momento tipico. E’ sempre il centro di una serie di riti seriamente scherzosi che similano un catartico ratto della sposa da parte della famiglia sua, di botte finte date ai rapitori per suo conto, di riconciliazioni mediate dagli anziani e grandi inviti, bagordi moderati per almeno un centinaio di invitati. Tutto a suo nome e della piccola, bella Tzighe’ che gli si era affiancata.

 

Abraham aveva disposto tutto. I molti invitati si preparavano ai loro ruoli nella gran festa, chi a testimone, chi accompagnatore, chi organizzatore, chi al cibo, chi alle sedie, alle tende, chi agli inviti, chi alla sicurezza, chi con i musici, chi solo a vestirsi al meglio.

Lo stress dei preparativi e il ritardo di un documento dall’Ambasciata d’Italia che accertasse alla legge lo stato di ‘Muscirra’, uomo libero da legami di matrimonio lo innervosivano un po’. Forse troppo. Aveva dentro la gioia immensa che aveva dimenticato sulle strade del paesino, quando la malattia lo aveva visitato la prima volta.

Si ruppe qualcosa che conta. Un vaso dentro la sua testa provata dalla malattia. Un vaso di sangue come fatto di argilla riplasmata, affiancato da tanti che nel tempo, nonostante sedici anni di cure quasi maniacali di veri esperti, si erano aggrovigliati in modo gordiano, tutti intorno al quel vaso di coccio. Ora a tuo fratello Yemane il compito di nascondere per poche ore fino alla fine della festa sfarzosa, a tanti a casa che sei partito per il viaggio di tutti, sposi e soli, ricchi e poveri, grandi e razzisti.

 

Ciao Abraham. Noi tuoi amici ti sappiamo morto nel tuo momento piu’ felice.

Giusto quando iI raggio di sole e fuoco, quello piu’ alto al centro sopra la fortezza medievale, stasera, ti ha trafitto solo sul letto.




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