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L'impeccabile Chris e la giacca di Kumla

Posted by etio on January 2, 2014 at 12:50 AM

Uganda, 1986.

 

Da due anni quasi lavoravo, male, ad una ricerca che avrebbe dovuto aiutare la del tutto caotica cooperazione italiana di allora a focalizzare gli interventi in Karamoja, la grande, dura, tormentata regione pastorale armata del nord est.

C'era un foro di pallottola nel portellone posteriore della Campagnola, mi avevano sparato, dietro.

Avevo imparato a guidare veloce e dritto inclinando la testa sotto il mortale livello dei vetri, alzandola un secondo solo se davvero serviva, in caso di imboscata al passo di Iriri. Era, per la CIA, la seconda zona più pericolosa del mondo, dopo Beirut. Forse perchè là ammazzavano Statunitensi.

 

La cosa migliore che feci in quel periodo fu recuperare una camionata di materiali di aiuti rubati dai militari Ugandesi, bloccandoli con la nostra Land Rover nuova, messa di traverso, al centro dello stretto passo. Non dissero nulla per molti minuti a quel folle che senza neppure guardare gli armati salì dietro, si mise a buttare giù la roba nostra, supportato da pochi e male armati poliziotti che erano con me. Fino a quando arrivai al livello delle latte di prezioso olio del World Food Program. Lì il commento fu “non é roba tua, dannato”, circostanziato dal titillare sul grilletto del Kalashnikov. Li salutai mentre ripartivano lenti -era saltato il tappo del loro radiatore facendo una specie di geyser quando li avevo fermati- non so perché, gridando loro “for God and My Country”, il motto del loro esercito.

 

Presto ebbi un secondo duro incontro ravvicinato con la truppa disperata d'Iddio e dell'Uganda.

Era in corso il colpo di stato di Tito Okello, il primo di due ravvicinati che portarono al Governo attuale. I militari di stanza a Moroto, nel profondo perso nord est del paese non potevano restare isolati tra popolazioni armate di tutto punto, dovevano tornare verso Soroti, dove, per loro era certo come se il Cristo di Eboli si fosse fermato.

I Karimojong giravano nudi, fino a che quello che era il mio enumeratore divenne ministro e li rivestì, Da qualche tempo non si facevano più se non occasionalmente quelle incredibili acconciature con penne di struzzo, erano praticamente finiti gli struzzi, ma nudi restavano, con in mano l'ekicholon, il poggiatesta-cuscino di legno e l'AK47 in spalla.

 

Allora, scolato il whisky delle riserva ufficiali per il necessario coraggio, i militari in mimetica vennero da noi, al compound di Don Vittorio Pastori, alla ricerca del carburante per la fuga.

 

Ero stato la mattina presto del giorno dopo il colpo di stato in motoretta con un missionario Trentino, folle come me, a verificare in persona lo stato del loro campo militare. Era del tutto deserto, all'apparenza, e solo i fischi di controllo dei Karimojong, nudi e ben armati, che conoscevamo, avevano commentato la nostra visita lampo.

Da poco avevo comunicato con la radio ad onde corte la situazione a certi Inglesi -non mi volevano credere, continuavano a chiedermi chi fossi- che stavano organizzando il rimpatrio di un piccolo manipoli dei loro e degli Statunitensi credo da Moroto, e dicevano di non poter usare un Cessna per paura dei tanti militari stazionati lì. Ero mezzo addormentato, si faceva la siesta, e non sapevo che tutti i perforatori dei pozzi acqua, gli amministrativi, tutti insomma si erano nascosti nel sotto tetto di compensato.

Come avesse fatto il Miserotti, 130 kg di muscoli e ciccia ad entrarci e a non sfondarlo, un miracolo o un fenomeno dei momenti più critici, certo.

 

Ecco, erano lì. Solo sei, gli ultimi della guarnigione, con una tecnica -l'automitragliatrice- ben attrezzata, ma senza diesel.

Uno si pianta davanti a me che apro la nostra porta, vedendo da dentro quanto erano armati, e nell'atto di minacciarmi fa cadere una manciata di pallottole, noto che ha messo la cartucciera al contrario. Presto li accompagno nel nostro grande recinto fuori, ho una chiave. Ma non la seconda.

 

Don Vittorio aveva la mania di quelle chiavi, giustamente. La volta del furto sventato al passo di Iriri, ci fu raccontato poi che le avevano duplicate con della mollica di pane, in un attimo di distrazione di uno dei tanti guardiani. Quello tedesco, quello delle maledette chiavi.

Riesco a mantenere la calma, anche se un secondo militare mi dice freddamente: “This is where you will die”. Ricordo che i missionari ne hanno una copia, in ogni evenienza, dopo aver tentato invano di trovarla dai miei compagni rifugiati sotto il tetto, che nemmeno mi rispondevano.

 

Iddio fece che un anziano ma attivo missionario, capita la situazione la trovò. La fottuta chiave.

I militari partirono con la camionetta piena, e un fusto di riserva, di filato. Il fusto era bucato, a che serviva dirglielo, e la tecnica avanzava veloce lasciando una scia.

L'indomani si seppe nel mondo, da Focus on Africa che erano morti, tutti e sei uccisi dai Karimojong appena fuori Moroto, città villaggio amministrativo, sotto le acacie, coperta da un grande vulcano.

 

Tutti noi in Africa credevamo si chiamasse Pinkerton, ma era Chris, Chris Binkerton. Mr Reliable.

Per trenta anni Focus on Africa fu la sua creatura.

 

Pochi giornalisti al mondo erano tanto precisi, affidabili, professionali. La sua voce era per tanti la linea del contatto, per alcuni nelle parti più remoti, la linea della salvezza.

Chris é morto di cancro a sessant'anni poco più di dieci anni fa, lasciando un piccolo di otto mesi. Era davvero impeccabile, ha lasciato uan generazione di giornalisti Africani che ne hanno ripreso diligentemente lo stile, e soprattutto, la modestia.

Un vero personaggio, Chris era schivo, non amava si parlasse di lui, al più tollerava qualche complimento al suo lavoro indispensabile.



 

Chris

 

I suoi erano precisi “unbiased”, bilanciati bollettini, troppe volte, di guerra. Mezz'ora tra sputi e schiocchi delle onde corte ad orecchie tese, nella savana, nella foresta, nelle capitali, sul mare o nelle piantagioni.

 

Kumla, quella simpatica montagna di uomo che ora sta al suo posto ha dei curiosi, grandi occhiali semitondi, praticamente, degli schermi televisivi, e Focus on Africa é uno dei programmi di successo del World Service televisivo BBC. Ieri mostrava una nuova giacca di stile, tagliatagli su misura da qualche parte in West Africa.

Stesso nome, Fuoco sull'Africa, un mondo diverso da inquadrare.



 

Kumla

 

Ancora di quell'Uganda ricordo Joyce, che ha un nome più lungo, Riza Joyce Oyepo Omaniman. L'ultimo é il nome del fiume che scende dal monte Moroto, meandra e si fraziona, in piena deborda trasformando la savana in un acquitrino di vita, ma di solito é secco, scavato per metri da chi ricerca acqua.

Lei era alta, molto scura, davvero bella. La vide Antonio, il mio unico collega ricercatore della cooperazione, me la fece notare e io fui con lei per qualche po'. Joyce stava dirigendo il lavoro di distribuzione, efficacemente facendolo, mentre l'Americano suo capo, con cui eravamo non faceva che parlar male di tutti intorno e divorare a raffica i datteri degli aiuti. Sputava i noccioli su tutto, forse, su tutti.

Aveva un aspetto Sudanese, non saprei come descriverla, somigliava non poco ad Alek Wek

Meno formosa, con un volto più bello.

 

Joyce mi accompagnò in un giro del Karamoja con una piccola moto da cross.

Distribuivamo un questionario, mi aveva aiutato a prepararlo. I missionari ci presero male, necessariamente, eravamo loro ospiti. Vedevano bene che eravamo in stanze separate, ma tanto é.

Il volontario della cooperazione Cattolica non poteva mescolarsi, non erano da tempo in vigore le leggi razziali dei Savoia, ma il loro profumo restava. Di un capace agronomo che si sposò in Karamoja restava il ricordo di come fu allontanato, dopo poco, e racconti mitici fra missionari piuttosto ignoranti, su come dovrebbe aver fatto a ripulire la ragazza dagli strati di burro odoroso che ricoprono la pelle delle Karimojong, meno nude dei loro uomini guerriglieri.

 

Di lei mi resta un ricordo sconvolgente. Un pomeriggio tardo mi fece chiamare da un ufficio, al telefono di Cooperazione e Sviluppo da noi, che di solito funzionava. La raggiunsi molto volentieri.

La sua stanza praticamente vuota era stata ricoperta di petali di rosa selvatica, rosa e bianchi, tutto profumava, lei di quell'odore selvatico e acre del sudor di pelle ebano. Vero, la sera prima ci eravamo conosciuti carnalmente. Ma senza concludere, e io, rimasi solo basito. Tutto mi pareva sbagliato. In effetti, ero promesso a Ester, la mia prima moglie, venuta per me dalla costa d'Avorio e che avevo lasciato a Varese.

Al rientro dal tour in moto, si fece portare in una casa grande, a più piani. Capì che stava con il suo uomo, sentii della privazione fisica, restai disorientato, la testa ondeggiava. Non la rividi più.

 

Qui ad Addis Abeba, anni fa, ho conosciuto un Ugandese brillante, ballammo musica Congolese insieme. Era simile per costituzione fisica a quel Beninese che nel 1992 mi disse che lavorava per la Motorola: stava attrezzando la rete dei cellulari, che il boom era vicino. E io a stanto lo credevo.

Seduti al buio, davanti ad una birra mi disse che conosceva Joyce, ma se io la dipingevo di ebano luccicante, lui mi rispondeva che era, per loro, come una mamma. Era stata viceministro dell'Educazione, in Uganda, ed ha, diceva, qualcosa come sei figli. O erano Otto?

Allora, io mi credevo ancora giovane. In un colpo, capii, sentii: ero già molto vecchio.

 

L'Africa messa a fuoco da Kumla Dumor ha colori vivi, sembra aver fissato la polvere nelle cere delle Mall e dei cinema certo più pieni dei nostri. Invero, auto sempre più numerose e ricche la risollevano, la polvere vecchia, e l'aria di tante capitali pullulanti é davvero schifosa.

Motorola? Sparita non so dove, La Nokia tappezza gli autoarticolati da duecento persone di Addis, rigorosamente Made in Ethiopia di colorate scritte, sperando di recuperare un mercato vitale alla sua nordica sopravvivenza.

 

Io resto il vecchio attivista, sempre. Sogno ancora più pace qui in Africa, ora, fra Etiopia ed Eritrea.

Sarebbe stupendo. Salveremmo siti archeologici di cui riempire Focus on Africa e l'Orgoglio, il Kurat di milioni di Habesha nel mondo. Potremmo di nuovo cercare le navi di Axum tra gli stretti canali delle Dahlac, isole meravigliose negate a chiunque, ora.

Domani potrebbero fare di Asmara, linda città rimasta fascista, una moderna capitale ricca.

Grazie al turismo ora quasi impossibile, che l'Eritrea invece stramerita.

La pace fermerebbe all'origine le tragedie di mare di Lampedusa, non servirebbe buttare soldi e nome in imprese militari semi illegali in acque territoriali d'Africa, agli Italiani ora più miseri. Come sempre, in clientelare infinito, bimillenario declino.

L'Etiopia non avrebbe il rischio di instabilità alle porte, ma un partner essenziale, e un vitale sbocco al mare. L'Eritrea la sicurezza economica, un rapido sviluppo.

 

Mi piacerebbe incrociare, una volta Joyce, davanti ad un succo di frutta, della Passione.

Deliziosi, di quelli che adoravo le poche volte che si tornava oltre Eboli, no, Soroti, nella calda, viva, verde Kampala.



 

 Alek

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