Posted by etio
at 07:54 AM on December 11, 2009
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Pur di non prendere serie misure e cambiare stili produttivi e di consumo si cita di tutto.
Persino Zichichi, che anni fa avrebbe voluto dar la colpa del cambiamento climatico ad inspiegabili polveri cosmiche.
O il fatto stranoto che i ghiacciai si ritiravano già, lentamente, prima che il biossido di carbonio arrivasse ai livelli attuali. Seminare il dubbio, far prevalere la confusione, negare l’evidenza.
Come ultima risorsa della difesa in un processo già perso.
Peccato che i trentamila esperti del Pannello Mondiale sul Cambiamento Climatico siano concordi, e che tutti, dico tutti gli studi scientifici da una dozzina di anni siano chiarissimi: l’accelerazione tragica del cambiamento é causata solo delle emissioni, dal bruciare combustibili fossili e dallo spreco energetico che libera CO2.
Ghiacciai sciolti molto più di quanto un trend lasciava presagire? Poca cosa:
1- La fame dovuta alla siccità che affamava i miei vicini Etiopici presso Harer, nel Sidamo e nel Tigray ogni due o tre generazioni ricorre ora ogni 5-6 anni. Il ravvicinamento è del tutto spiegato dal solo fattore presenza di CO2 nell’atmosfera mondiale.

Kevin Carter, Fame in Sudan, Pulitzer Prize. Il piccolo si alzò e cacciò l'avvoltoio.
Dopo Copenhagen, riusciremo anche noi a scacciare la fame sempre più reale ne Sud?
2- Malattie tropicali arrivate ovunque anche a Milano con parassiti prima sconosciuti perché uccisi dall’inverno; la malaria, il primo killer, salita da 1600 ad oltre duemila metri in Africa ed altrove.
3- Mari rialzati e coste invase, isole sparite, acqua alta non solo a Venezia. Il rischio non peregrino che lo scioglimento possibile dei ghiacci della Groenlandia fermi la pompa della corrente del golfo, portandoci in una generazione ad avere in Insubria centinaia di metri di ghiaccio sulla testa: ad una glaciazione.
4- Uragani negli USA, nell’Est e anche in Sicilia con molti morti e distruzione, dei quali si vuole incolpare qualche amministratore localissimo. Eventi un tempo impossibili che ora si ripetono regolarmente, da tanto il golfo della Sirte si è riscaldato con tutto il mediterraneo
Trenta politici di calibro, come Poli Bortone ancora questo Aprile dal Senato scrivono e sottoscrivono che o il ‘riscaldamento globale’ -ancora ignari del ‘cambiamento climatico’- è dubbio, o sarà certo positivo per l’Italia.
Certo, ridotta a paese di solo turismo, in competizione con altri vicini o tropicali molto più pristini. Tre giorni dopo Obama decretava il biossido di carbonio tossico, per costringere industrie e privati a limitarne in ogni modo le emissioni.
Altra figuraccia mondiale, ben più di sostanza dell’operetta buffa del Primo Ministro o di chi lo vuole incastrare, delle sue interminabili corse per legalizzare troppe situazioni personali insostenibili davanti ai tanti giudici.
La cassa integrazione dà pochi mesi di sollievo a dipendenti ed imprese di ogni tipo, tra noi a Varese e Milano, ovunque in Italia, ma per quanto tempo?
Una volta i prodotti della meccanica fine venivano copiati nel lontano est a cicli poliennali. Insomma, facevi un’innovazione, dopo anni arrivava la fotocopia, perfetta e indistinguibile, a meno di metà prezzo.
Successe a mio nonno nell’immediato dopoguerra. Si congetturò una delle prime macchine da cucire ‘a mano’, piccolo capolavoro di ingegno di Cassano Magnago e del tessile di un’era che fu.
Sollecitato per lettera ne inviò orgoglioso due esemplari a Taiwan, vantandosi al bar: “t’e vist, ti che te disevet che la pesa e la var nagott, semm prunt a l’espurtazion”.
Vana la sua gloria e invertito il flusso sperato, dopo tre anni trovò nel catalogo di un noto importatore Genovese la sua macchina, uguale e alleggerita.
L’amico Claudio Pierobon è il titolare di un’officina pluridecennale che ha fatto non solo le parti, ma moto intere da competizione e perfezionamenti delle moto e biciclette dei migliori al mondo.
Mi dice che i suoi pezzi arrivano dalla Cina meno di un mese dopo aver esposto una novità in fiera. A un quinto del prezzo.
Dobbiamo investire nella ricerca, usare l’ingegno che abbiamo ancora, nonostante tanto regresso che inizia dalla poca voglia di imparare nelle nostre scuole, di cambiare nelle amministrazioni e nelle imprese. Dirigere gli sforzi di tanti verso il creare tecnologie alternative, forme di risparmio come il riciclaggio dei rifiuti, la loro drastica e repentina riduzione, per salvare non solo una natura ormai fortemente modificata, ma il nostro lavoro futuro.
Non la chimica o la meccanica fine ci possono trarre dall’impiccio tragico incombente da troppo tempo.
Non si combatte la globalizzazione, la si cavalca o ci si convive.
Chi nel nostro nord si dice antiglobale propaga ignoranza per inventarsi assurde guerre di provincia contro popoli e religioni, brandendo persino un Crocefisso preso a simbolo di esclusione di tanti, come per inventarsi una religione vocalista senza misericordia, senza Dio. Usa solo la xenofobia per cercarsi voti.
Li trova da chi non ha capito che succede veramente, e si lascia infinocchiare. I molti tristi risolveranno -magari brillantemente, ma per poco- il solo problema del proprio reddito. I politici passano infatti il tempo a perdere i nostri giorni preziosi, litigando. Ma per prebende profumate.
La risposta a chi cerca un lavoro può venire solo dalla ricerca e dalla produzione ed esportazione di mezzi e sistemi per non inquinare, fermare i livelli di CO2 agli attuali, ripiantare alberi e arbusti.
Facile, direi obsoleto fare l’auto più competitiva in termini di prestazioni assolute, senza guardare ai consumi. Molto più difficile fare una bicicletta elettrica, ad emissioni zero, leggera e sufficientemente semplice. Per renderla competitiva sul prezzo.
Logico continuare un modello industriale retto da cento e più famiglie di eredi di innovazioni datate, in campi dove la competizione globale si fa insostenibile? Stupido, eppure questa è la linea presa dai nostri politici. Che comunque hanno da discutere molto più sul passato del Primo Ministro che sui cassintegrati di casa.
Intanto invece a Buguggiate, in piena crisi, la Enoplastic, ditta di un Varesino che si inventò dei tappi per vino in plastica riciclabile per non tagliare le querce da sughero, lavora su tre turni e non licenzia nessuno. Quella signora del trevigiano che fa i migliori filtri in plastica del mondo conquista nuovi mercati.
Sono ancora, queste, vecchie tecnologie. Noi Italiani sapremmo inventarci e sviluppare in serie più di un modo per produrre e risparmiare energia senza alimentare siccità e fame, uragani e valanghe di fango.
Le prime eoliche da sessanta metri erano dell’Enel, ma il disinteresse istituzionale ci fermò.
Fermi era dei nostri, il regime lo fece fuggire, altrove brevettò il reattore nucleare.
In Italia non esiste una legge univoca per colpire chi inquina, se non dispositivi antiquati per chi scarica nelle acque pubbliche: per accusare i politici -certo senza risultato pratico- delle morti durante le inversioni termiche dello scorso inverno a Milano si ricorre al ‘getto di oggetti pericolosi’!
Per farcela occorre ripulire e ribaltare l’immobilismo del sistema che ci governa. Produrre incentivi seri alla riconversione dei settori in crisi. Ronde non per decidere se il manifestino che riporta gli orari di preghiera nel mese di ramadan è sovversivo (sic!), come nell’ennesima figuraccia degli ‘angeli urbani’ di Varese, ma di camminatori che si accorgono dei tubi segati delle fogne di Ganna, del loro depuratore mai mantenuto e inservibile. Il primo dei due fatterelli di cronaca varesina dei giorni scorsi si risolverà in un lauto compenso che un incauto giornale locale dovrà pagare ai millantati sovversivi, la seconda, scoperta fatta da un gruppo di studenti di ecologia, spero davvero si risolva nel rendere il lago di Ghirla, meraviglia prealpina, un bacino pulito e fruibile, il Margorabbia un fiume vivibile e pescoso.
Per risolvere il problema del razzismo basta ridere, isolandole, delle sparate xenofobe, ascoltare il diverso che tanto diverso non è. Le ronde che tanto nessuno vuol fare siano almeno fatte da persone che hanno studiato.
Per capire dove ci porta il mondo, il rapido cambiamento, bisogna cambiare registro.
Accettare ad esempio che grande parte della pressione dei poveri del sud viene dal cambiamento climatico che nega loro la sopravvivenza.
Usare finché siamo in tempo ogni opportunità che il nostro genio ci offre per riconvertire i nostri capannoni, le fabbriche, i quadri all’esigenza di fare del nuovo, che vende e non danneggia.
Come ha saputo fare Marchionne, che ha venduto ad Obama la tecnologia della sua Fiat, che di piccole macchine a basse emissioni ha fatto vivere tanta Italia per centodieci anni.
Posted by etio
at 07:27 AM on December 11, 2009
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Vi era una cima, piatta, immensa, presso il Cielo. Sopra, gli uomini sentivano l’Infinito già vicino.
Era il Sacro Monte Kundudo. Un’Amba elegante, bella da toglierti il fiato, densa di segreti, di leggendarie vite vissute. Luogo intonso di misteri di natura congenerati ad essa, aperti solo alla Mente che li ha creati.
Sopra, un giorno ignoto e perso gli uomini che pregavano nella moschea antica di pietre bianche fondate nel campo eccelso liberarono dei cavalli grandi, bianchi e rossi. Sapevano era giusto fossero lì.
Poco sotto gli alberi di zigba torniti a fusi scuri e delicati lambivano le parati nere del basalto, torreggiavano nel denso della foresta dove le antilopi più rare ancora si celavano. Altri cavalli andavano pascolando soli ed alteri, dimentichi dell’uomo.
Rivoli, poi torrenti, infine fiumi stagionali di bianche acque fluivano dagli anfratti, dalle tane, dai cunicoli sotto le grotte più belle d’Africa.
Goccia su goccia, dalla prateria e dai costoni diritti cola nelle viscere fredde. Lambisce le rocce nere scaldate dal sole, che non la temono, lenta scioglie in trabecole invece la massa del carso candido, lo riplasma in campi solcati, doline, inghiottitoi che entrano nel buio vivo dove le creature ipogee lente danzano, mai oscure al loro creatore, corrono sulle colonne dalle forme mirabolanti o nuotano nelle sorgenti.
L’acqua fa rivivere la roccia in forme nascoste dove il buio, le polveri, i sali ed il tempo plasmano l’incredibile decoro delle grotte, un soffio scultore inarrestabile.
Sgorga e accende i pendii bassi di coltivi di foglie stimolanti, nel brulicare dei nuovi venuti, i contadini instancabili, i villaggi di chi non ha saputo conservare la foresta, i tuguri di chi ha distrutto il sogno dei cavalli nati senza padrone, minacciando il Monte Sacro, per semplice non sapere, ignoranti del loro chiaro futuro.
Non capivano, non potevano, quanto fosse nel Kundudo, che speranza portasse. Avevano visto solo il facile baratto del verde millenario per pochi pezzi d’argento, l’aggiogamento all’aratro dei suoli spogliati. Dimentichi delle gesta di Ahmed al Ibrahimi, il mancino, dei re di Harer, degli stagni e della città di Hubat, splendente mito dell’Islam che conquista, impoveriti alla ricerca di poco pane senza storia.
Chi non sa profana, quasi senza colpa. I figli Oromo hanno intaccato il Sacro del monte, hanno tagliato troppo di quella foresta, sterminato ignoti esseri che in essa si moltiplicavano occupando le sue fronde, le sue acque, le sue cortecce e le sue radici.
Ora chi ha capito deve salvare ciò che l’occhio vede ancora.
Le viscere della roccia hanno protetto invece, dietro minuscole fenditoie di risorgiva, nel buio profondo i misteri delle caverne intricate scavate da che il Kundudo esiste, ancora plasmate dal tempo.
Ma gli esseri del mare trasformati in pietra da sortilegio, gli alberi sontuosi, il sottobosco fitto ed i cavalli liberi insieme liberi devono tornare, dimentichi della mano dell’uomo che taglia, raccoglie per monetizzare, lega alla corda e abbrutisce.
Posted by etio
at 06:09 AM on November 13, 2009
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Dalla soglia stretta scendi nel vento
Nel buio profondo che esce dai sassi,
verso le acque degli abissi.
Aria fresca, acque fredde,
mai solo tra i massi
legato ad un chiodo,
sospeso solo alla corda
che ti scivola dalla mano
sul ventre, più giù e avanti,
dove nessuno ha mai visto.
Accendi il cunicolo, scopri
Il passaggio, nuove sale decorate
Da gemme senza tempo, vive
Che urlano colori, gocciolano
latte di grotta, polveri magiche,
tra cristalli rari.
Specchiare il casco nel lago
Puro verde, guardando le perle
Crescere, i massi del fondo brillare.
Esausto risalire, braccia dolenti,
schiena piegata, alla luce sul monte.
Insonne rivedere senza capire
come il tempo riempie di
meraviglia la tua grotta.
Come vivono i suoi esseri,
Che sarà ora del monte di magia.

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at 04:11 AM on June 26, 2009
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Ieri si dibatteva sulle morti bianche sul lavoro: sono uscite le statistiche annuali, le migliori dal 1951. Meno di 1200 morti in servizio. Insegno in un Istituto per Geometri, la tematica tocca molti miei colleghi e da un paio di anni fa molto cronaca in Italia.
Cronaca utile per una rara volta! Se ne é parlato, tanto in modo costruttivo quanto a sproposito, coprendo il rumore assordante che dai paesi vicini e lontani in continuo dovrebbe giungere sulle vergogne del risibile Primo MInistro Italiano e su altre chicche nazionali.
Il tema quasi quotidiano ha spinto diversi piccoli e più grandi imprenditori a tentare l'applicazione delle norme di sicurezza nei cantieri e in fabbrica, quelle che noi insegnamo da anni a scuola. I risultati sono apprezzabili.
Un dubbio resta, però: le morti bianche degli stranieri sono in netto aumento, invece.
Triste trasferimento delle distrazioni in cantiere, del criminale 'laisser faire, laisser passer' degli imprenditori, se chi richia non viene dalle nostre terre.
Italia paese del razzismo spinto e di sistema, landa dove non esisteranno mai Nuovi Italiani integrati, dato che persino il lessico chiama i forestieri "Extracomunitari", termine da bandire subito. Come estrenei alla comunità non saranno mai integrabili, sono percepiti e finiranno col divenire davvero difficili da assimilare.
Meglio dovrebbero dirsi forse 'inframucchitari', sotto il mucchio, sfruttati e certo non degnati delle attenzioni, anche in materia di sicurezza, che fanno civile una società.
Posted by etio
at 04:41 PM on May 09, 2009
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Oggi ricorre la festa patronale di Varese. San Vittore Mauro, Africano della Mauritania, Martire giunto vincitore a Milano dopo una lunga campagna, ma colà ucciso perché Cristiano, nel 303.
Fu uno dei Santi preferiti da Ambrogio, che evangelizzò le nostre zone, dopo essere stato battezzato da un Africano ancor piú Grande, Sant'Agostino.
Certo per questo Varese si fregia, sola al Mondo, di cotanto Vincitore Patrono.
Un altro Vittore, pure Africano e militare onora le cronache dei Santi, affiancato ad una donna che, vedendolo martirizzare tanto silamentava e lo confortava da venir per lui arrestata e presto uccisa, pur non essendo Cristiana. Ma quello precede Vittore Mauro di oltre un secolo, e fu martirizzato in Siria.
Questa bella tavola rappresenta un 'Kiddus Fictor' 'SanVittore'. Potrebbe essere qualunque dei due, dato che erano entrambi scuri e rappresentati a cavallo, come militari. Fregia di se la sala delle Icone antiche alla mostra "Nigra sum sed Pulchra" a Venezia, che chiude in questi giorni.

Venezia, Ca' Foscari. Una foto sfuocata, il flash non avrebbefatto bene ad una tavola antica
Una curiosa versione del Martire Patrono noto ahimè sul sito della pur perinsigne basilica Varesina dedicatagli. Completamente sbiancata, ma ancora a cavallo, come gli conviene.
Vandalismo o assimilazione? Forse, semplice paura xenofoba, di questi tempi non rara da noi.
Tempo fa qualcuno certo 'puse bun', piú bravo di me ascrivere, disquisiva su che sventure capiterebbero oggi ad un povero Cristo, eventualmente in ritardo di duemila anni, nella ricca Europa.
San Vittore, confiscati cavallo ed armatura, dovrebbe certo patire serissimi problemi di integrazione, legati alla sua razza.
Sapeva il Latino meglio dei locali. Serve forse essere colti, capaci e Vincitori, conoscere lingue -certo piú utili e diffuse del Lumbard o dell'Italiano- ai nostri immigrati?
Ben venga la nuova faccia sbiancata del Santo Patrono, primache "a la gent ghe vegna da fass al segn de la cruss de paura de incuntrall, ghe disan c'al ga da vess pedofilo s'al va in gir cunt i so fiulitt, che ghe tiren adoss al rut e tucc quel ca troeven in gir e ghe fasen incuntra cinqcent lejj 'Ad Hoc', per vess sigur de distinguess.
Per distinguersi, da lui, eventualmente ritrovato Nero, Patrono originale non ridipinto, e per distinguersi, come da tempo succede, come razzisti da record europeo.
Quest chi l'a da vess neger ma mia scemu, l'è ádré aadeguass ai gent del post, bravu fieu (l'e el mé!)
Posted by etio
at 10:19 AM on May 05, 2009
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L'Etiopia è di moda. A Venezia a Ca' Foscari, mostra "Nigra sum sed Formosa", migliaia di visite tra i corridoi di una famosa accademia: figure chine, interessate, davanti a originali di icone, tabot, sensul, puntali di croci.
Il Nome e l'Arca
Domenica, mentre mia figlia scopriva sotto un bel sole di Maggio l'unicitá intricata, davvero meravigliosa della cittá della laguna, io e 'Zio Valerio', il buon amico che mi ha seguito in molte parti d'Africa transitavamo davanti alle teche ed alle installazioni, che proponevano vecchi filmati RAI, scene riprese da poco di riti religiosi a Lalibela, diversi pezzi rari dai musei Vaticani e da collezioni private.
Il titolo, 'Sono Nera ('ma' o 'e') Bella' viene dal Cantico dei Cantici, noto attributo di Maria, madre di quel Salvatore che di sé ha intriso l'Etiopia: è nelle menti, nelle costruzioni, nei Cuori. La vera figura leader, chiunque governi -male o passabilmente- laggiú.
Nella Varese di San Vittore Africano Patrono, nera è l'effige Sacra per eccellenza, "IeTarara Mariam" di alcune pellegrine Etiopiche di oggi, la madonna scura di Santa Maria del Monte, icona piú che millenaria, cara a tutti da noi.
Decidiamo in fretta che la versione 'Son nera e bella' va tenuta nel titolo in Italiano della mostra, facendo cadere un 'ma' che a volte erroneamente, o persino a contrasto xenofobo alcuni avevano messo sotto effigi di Maria, piccola, scura e Bella. Ci concentriamo sulle esposizioni. L'Etiopia, paese delle facce scure, è magnifico, e l'arte Sacra, come succede in Italia, da sempre lo contraddistingue.
Stona nella prima riga scritta molto grande che si incontra entrando, l'affermazione per nulla affievolita che l'Arca della Sacra Alleanza come la preparó Mosé E', senza mezzi toni, in una chiesa di Axum. Meglio lasciare il beneficio del dubbio. Ricordo che gli archeologi sanno, convinti, che il legno assai deperibile di cui era fatta non potrebbe essere sopravvissuto oltre il 500 AC, data in cui scomparve di vista. Noto che quattro Tabot, simbolo proprio di Maria Nera e Bella, chiamati anche Mekdés, attributo Mariano per Eccellenza da noi in Etiopia, trafugati chissà da chi e finiti ai Vaticani sono in bella vista: due tavolette istoriate, e due semplici icone.
Sono convinto che a Santa Maria di Tzion ad Axum l'inavvicinabile Icona piú importante d'Abissinia, da sempre, non sia diversa. Una volta, dodici anni fa, ho fatto un passo in più. Ho chiesto, con una domanda diretta in un amarico stentato, al Diacono di turno che ha il privilegio di accedere al Santa Sactorum a che somiglia l'effige coperta lì dentro. Dal rapido cenno che mi ha fatto, non ha nulla a che fare con la grande arca a slitta ricordata nei testi. Deve essere una tavola, non l'Arca Perduta
Per quanto uno scrittore -fosse un archeologo sarebbe davvero un pessimo Indiana Jones- Graham Hancock, ci ha ricamato sopra favole da film, dico tipo Codice Da Vinci, con templari alla ricerca dell'Arca in Etiopia e croci di Malta a prova delle imprese dei Cavalieri nella chiese di Lalibela. Che invece hanno, chiaramente, ben altra origine.
Di certi furti d'Arte
Per una rara volta, l'impressione è che davvero l'Etiopia è stata poco colonizzata, e tardi.
A parte alcuni furti famosi, come quello commissionato da Mussolini in persona, della grande stele giá restituita, abbiamo rubacchiato poco in Etiopia.
A Ouidah, in Benin, i pezzi che vedevamo erano di scarso valore, o erano copie, come raccontava il grande collezionista di arte Africana Ezio Bassani a Valerio.
Per una volta, il museo dell'Istituto di Studi Etiopici nel palazzo imperiale che fu occupato da Rodolfo Graziani è assai piú ricco di opere, piú importanti, meglio datate, assai piú varie.
Si, ci furono altri furti d'arte famosi. Nessuno, nemmeno i due fratelli, noti avvocati Italiani che la detengono -in una polverosa cantina a Capri, nella famosa villa di Curzio Malaparte- potrebbero affermare che la piú grande e bella tela muraria Etiopica non a soggetto religioso, e per questo davvero unica sia stata acquistata legalmente.
Il Malaparte la staccò con le sue mani, come ci ha tramandato lui stesso. La fece poi restaurare a Roma da un notissimo pittore, la chiuse via in una grande cassa, in tutti i suoi quasi venti metri quadri, e la sta da allora. Noi non ne abbiamo neppure una foto. Fu trafugata da cotanto personaggio nella casa di Debre Markos del Ras Immirú, le cui tracce avevamo seguito misurando il Ras Dashen. Lui era da poco fuggito, in rotta con oltre diecimila armati, e mentre il Ras era ancora braccato il Malaparte occupava la sua villa.
Per fortuna, insieme alla tela -davvero considerata inutile, visto la fine polverosa che sta facendo- arrivarono diversi chili di povere di berberé, la spezia -comunissima invece- che l'amico del Malaparte e suo Direttore, Borelli al Corriere, gli aveva ordinato.
Di quello sappiamo invece per certo che fu consumato in pochissimo tempo.
Tra Venezia, Gondar e Varese
Stupendo.
Molti, davvero decine a volta scorrono davanti al noto mappamondo di Fra Mauro, uomo della Laguna, che seppe tracciare nella vicina Murano un'Africa circumnavigabile, cinquant'anni prima del viaggio di Da Gama, e cercano, un po' in alto in verità, date le dimensioni mastodontiche dell'originale esposto, tante località Etiopiche nominate lì per la prima volta, grazie a monaci Copti di ritorno dal Concilio di Firenze.

Il soprendente soffito dipinto della chiesa Sahle Selassie a Gondar
L'esperto Chojnacki, colto uomo dalle molte lingue da grandi schermi e dagli ipod di alcuni astanti commenta la Storia dell'Arte. Ci narra di Brancaleon, pittore Veneto che fece grande scuola nel 1500 a Gondar, causando un'evoluzione di stili nota da sempre, e divenendo un noto personaggio locale, ricco vescovo conte con corte propria.
Era lui quell'Abba Merkorios, il 'Priore Mercuriale' nel suo nome locale, grande grazie al suo talento.
Usciamo a vedere un ponte moderno dopo aver vagato tra calli e campielli, in un sole caldo del tutto piacevole. Il treno ci riporta a Mestre, l'auto a Varese.
Dimenticavo, ho visto in un trittico dei piú grandi della mostra nel pannello, su un bellissimo sfondo rosso, Kiddus Viktor- come legge l'Amarico sulla tavola in legno gessato, patrono solo di una città al mondo, la mia di origine, Varese appunto.
Peccato.
A Varese, meta del ritorno, il Santo Martire, Vittore Moro, da generazioni sbiancato in volto, pare osservare con pena e molto dolore la stupidità di troppi dei suoi protetti cittadini, razzisti ignoranti nel cuore, del tutto oblii non solo del Colore, ma della Fede intercontinentale del loro Patrono.
Posted by etio
at 04:40 AM on April 26, 2009
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Ieri, 25 Aprile, una giornata interessante. Anzi, entusiasmante. salvo in un particolare.
Greg, l'amico di una vita, il bello, l'attivissimo Inglese è in visita, e insieme presto si va a Gemonio. Proprio sotto la villa del Ministro Bossi in un campo sportivo aperto suonano i Rimalavoglia, solari Calabresi e Varesini con un rock da canzoni della macchia, e dei briganti; a tema nella festa della Resistenza. Con loro una chitarra è di mio figlio Yed Giordano, alto e scuro, ammirato e bravo. Orgoglio di padre, gioia semplice e serena di festa, Sabato del Villaggio a Varese.
Ma, mentre si andava a camminare al passo del Cuvignone, al magnifico monte della Crocetta appena sopra, da dove davvero si vedono settelaghi da Comabbio a Lugano, palude Brabbia e di Biandronno incluse, quando avevo trovato tra i forti che si lanciano da lassù con paracadute e parapendio chi forse fará il primo salto dal Kundudo da me in Etiopia e si stava in interessata conversazione, una telefonata avvisa che il cane dei miei figli è caduto (difficile a spiegarsi) dal balcone del piano rialzato.
Nulla di gravissimo, davvero. MA... la cognata mi avvisa che un gruppo di persone la disturba e vogliono sapere chi sopra, dove nessuno sta in casa, è responsabile.
Insomma, la casa, mal messa -penso io ora, dato che è un'eredità di mio nonno morto da una generazione e mezzo, mai divisa- che ha l'aria davvero di vecchia dimora, deve essere uno di quei nidi di pericolosa immigrazione:ogni pretesto è buono per verificare, disturbare, insegnare.
BINGO! La cognatina che apre la porta, da poco nella orgogliosa Varese, è Etiopica, tranquilla e quasi nera. Peggio, subito avvisata arriva la mia prima moglie, Ester, la mamma dei musicisti.
Scene assurde! Quella è del tutto scura, dunque ovviamente colpevole di molestie agli animali, esattamente come il ragazzino sorpreso a fotografare i fratellini nel parco: nero e dunque nella logica dominante certo pedofilo, per ovvia conseguenza.
Peccato che (chissà perché poi?) non lo fosse, e forse ancor più danno che dopo accurata perquisizione (IN CASA!) non si siano viste le scuse non dico delle mamme padane e ignoranti del quartiere, ma almeno dei Militi.
Torniamo in Viale Valganna 41, mentre si festeggia la fine del regime e delle leggi razziali, dico a Varese e nel resto d'Italia.
La folla adirata attacca Ester, le impedisce di portare il cane al (costoso) pronto soccorso veterinario, uno strano energumeno -mi raccontano i vicini di fronte, venuti a difendere la mia ex compagna di vita- forse un po' alticcio, entra in auto con lei a forza e non la vuol lasciare partire col cane.
Motivo, NON HA ANCORA IMPARATO LA LEZIONE, apparentemente.
Perché, se era lumbarda, c'era di che rammaricarsi con lei della piccola sventura.
Dato che è Ivoriana e si sa difendere, bisognava portarla forse in Polizia, lasciando certo perdere il cane. Comunque, non doveva passarla liscia.
Ma dove erano le Ronde di Quartiere?? Brutto giorno il 25 Aprile, non si riesce a farsi Giustizia Da Soli! Come diversi Italiani dopo la liberazione tristemente fecero nelle vendette rosse e bianche fatte nei quartieri contro i 'neri' di altro stampo. Come un partito locale vincente ora caldeggia e vuol permettere per legge a vilipendio della Ragione.
Mi dispiace dirlo, ma il razzismo che temevo di ritrovare al ritorno da Addis Abeba davvero Impera, non striscia, sulla porta di casa mia, nel giorno piú sbagliato.
Posted by etio
at 12:27 AM on April 16, 2009
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Paul Clark, esperto di crostacei del Natural History Museum di Londra,
dopo lungo studio ed una consultazione con Neil Cumberlidge, collega
ugualmente esperto, mi comunica in una mail di ieri che il granchio
trovato in grotta sotto il Kundudo il 13 Febbraio non appartiene ad una
specie conosciuta. Per conferma, nomina e iscrizione della specie
occorrono degli esemplari, possibilimente un solo maschio adulto.
Il Granchio, non Troglodito obbligato, si sta adattando alla vita in
grotta, e ha ancora occhi e una pigmentazione propria. E' specie rara
e a rischio di estinzione. Sto per questo negoziando di inviare per
iscrizione una sola coppia.
Foto ERIC LAZARUS
Posted by etio
at 12:01 AM on April 16, 2009
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Posted by etio
at 05:39 AM on February 22, 2009
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La nuova grotta sotto il Kundudo parte da una fenditura non piú alta di trentacinque centimetri. Chi l’aveva trovata, cinque anni fa, l’ha esplorata come i nostri primi speleologi, quelli dell’inizio del diciannovesimo secolo. Hanno fatto entrare dei legni e costruito dentro una scala. Un legno avanzato dalla notevole impresa si e’ ormai, in un paio di anni, ricoperto di un sottile strato di calcare. Di diverso dai fondatori della speleologia Lombarda, tipo il sedicenne Marelli morto nella grotta del Campo dei Fiori che porta il suo nome, i protospeleologi Etiopici hanno delle pile cinesi in mano. In meno, nessun tipo di casco. Usano come barrette energetiche i biscotti ‘glucose’ allo zucchero e al miele, come un sacchetto o due testimoniavano in grotta. Non li guidavano un desiderio di scienza o la fame della visione delle incredibili concrezioni, ma il mito del mercurio rosso, e il sogno che potrebbe trovarsi in grotta.
Da molti anni circola in Africa il mito resistente che i fortunati possessori di grammi di mercurio rosso saranno coperti misteriosamente da fortune. Il rosso è un’alternativa lievemente radioattiva e relativamente rara al mercurio ordinario, piú visibile e perciò a volte usato nelle oramai totalmente obsolete strumentazioni anteguerra. Dopo aver ben verificato che non vi è traccia del metallo liquido, i nostri speleologi di Biyyu Negga avevano in parte ostruito la fenditura che fa da ingresso. Senza darle un nome. Senza verificare, crediamo, la diretta connessione con la sorgente, poco sottostante. Rompendo, senza sapere che fossero, un piccolo numero di concrezioni piú lunghe. Lasciandone comunque a centinaia di migliaia.
Spaghetti, stalagmiti di diversi colori, a piú piani, perle scure a migliaia, rametti e fiori, zanne, cristalli di aragonite brillanti, meraviglie coralliformi, cascate di vele e mammelloni. Poi concrezioni eccentriche da far subito esclamare a tutti i cinque esperti di non averne mai viste in tanta varietà, anche in trenta anni di visite regolari in centinaia di grotte in diversi paesi. Con l’eccezione di una meraviglia Sarda, Su Anzu S. Giovanni, ben conosciuta dal piú esperto di tutti, Gian Paolo Rivolta, che comunque mette la nuova scoperta fra le cinque piú belle grotte mai visitate.
Immaginate lo stupore e la gioia di tutti, cinque speleologi esperti e me, al sapere di essere stati i primi esploratori equipaggiati della piú bella grotta d’Etiopia, una senza o con pochissimi rivali nel continente.
Registriamo con piacere i nomi di tre nostri predecessori: Abdulsemed, Abdi e Musa.
Due di loro erano spariti per dieci ore, piú o meno come noi, nell’antro, ed erano stati temuti morti per una mezza giornata. Uno, Musa, era con noi nella ricerca dei ragazzi che avevano per un poco mitigato la gioia del primo giorno di esplorazione della grotta risorgente: due di noi avevano imprudentemente lasciato prima del lungo tratto in acqua -almeno 400 metri- cose che sono state rubate e in gran parte poi recuperate.
Il secondo giorno, con Edo Raschellá, attuale Presidente della commissione Nazionale grotte del CAI, insomma, il capo degli speleologi Italiani, verificavamo l’enorme entità del giacimento di fossili che copre gran parte delle pendici del Kundudo sotto il 2500m, e ci godevamo lo spettacolo della sua mitica cima piatta, verificando per la prima volta che la sua altezza si avvicina a 3000 metri con il GPS di Eric, inutile nei recessi dell’antro.
Sotto, durante il rilievo parzialmente elettronico della grotta, si è sfiorata la tragedia.
La tarda sera, quando gli altri quattro, Guglielmo, Gian Paolo, Davide e d Eric sono risorti dalla fenditura, abbiamo visto ‘Guglia’ guidare Eric sofferente e tremante di freddo, completamente esausto.Deciso , il Guglia mi tranquillizzava, ricordandomi che si parla della grotta una volta recuperate le forze, e tolta l’attrezzatura: “Se doveva morire, sarebbe successo cinque ore fa, quando ha avuto il blocco della digestione”.
Duro ma chiaro. Eric ha avuto una congestione grave dopo aver mangiato qualcosa per rifarsi della fatica del rilievo, in gran parte nell’acqua della grotta. Ha finito lo stesso la parte di inserimento dei dati nel suo palmare stagno, senza fiatare, dato che mancavano pochi metri del tratto asciutto incredibilmente bello, sopra il primo piccolo pozzo -quello superato dai locali con l’ingegnosa scala. Poi si e’accasciato. Un po’di fortuna, la boccia calda del carburo sulla pancia e l’aiuto dei compagni hanno evitato che tra quelle meraviglie restasse Eric Lazarus, il bello, grande francese tecnico del CCR di Ispra, figlio di uno degli inventori del programma spaziale Ariane.
Eric, il mio nuovo amico inventore a sua volta di tante cose pratiche, appassionato di Land Rover, e, soprattutto di grotte. La sua maglietta preferita, regalo di un gruppo scherzoso di speleo di Forlì, legge grande dietro “Il Tuo futuro è sottoterra”. Innegabile, il mio prima del suo.
Me lo ha ricordato poco dopo quando io ho voluto, a sproposito, citare un mio straordinario piccolo presentimento del giorno prima, quando a lui solo ricordavo pericoli che doveva conoscere molto meglio di me: mi ha detto, con una bella r Francese “Ma vai a cagare”, confermando a tutti di essersi ben ripreso.